Scena BDSM e comunità LGBTQ+

Rita Pierantozzi, titolare di Sopra le Righe Skin Experience a Milano, è una persona LGBTQ+, una femminista, è sulla scena BDSM da anni e ama in particolare le corde. L’abbiamo invitata per chiederle di raccontarci qual è dal suo punto di vista il rapporto tra comunità LGBTQ+, femminismo e scena BDSM e come è cambiato negli anni.

Ciao Rita. Grazie per essere qui con noi. Raccontaci un po’ di te. 

Sono una tatuatrice a tempo pieno, attivista cronica e una sincera innamorata delle corde. La mia vita è dedicata allo studio dei corpi e delle loro reazioni, all’eterna lotta per la conquista della parità di genere e dei diritti civili e al benessere delle persone che si avvicinano a me.

La scena BDSM e la comunità LGBTQ+

Il mio studio è diventato un luogo sicuro a Milano dove esprimere ogni diversità in allegria e sicurezza, che tu voglia farti un tatuaggio o semplicemente fare due chiacchiere. Collaboriamo con diverse realtà (Bossy Italy o Murielxo ad esempio) per diffondere al massimo il messaggio di comunicazione e accettazione di ogni tipo di sessualità e di corpo.

Quali sono state le tue esperienze di femminismo?

Sono femminista in quanto respiro, quindi non mi ricordo di quando non lo ero. Sono cresciuta con la sensazione di una grossa disparità di educazione tra i generi, per fortuna non nella mia famiglia, sicuramente nel mondo che frequentavo ovvero nella cementosa periferia romana. 

A quattordici anni sono approdata alle realtà che esistevano dedicate ai gay e alle lesbiche, poche realtà che faticosamente sopravvivevano e mi sono appassionata alla lotta. La mia non è un’esperienza di attivismo, la mia è una vita di attivismo che passa attraverso la visibilità sia come lesbica che come kinkster.

Il mio femminismo è nato con me e con gli anni si è trasformato contaminato dall’intersezionalità. Sono partita dalle parole di Angela Davis e sono passata all’apertura verso il concetto di “lottiamo ognun* dei diritti dell’altr* e ce la faremo a raggiungere tutti gli obiettivi difficili che ci siamo prefissat*.

Quando hai cominciato a interessarti di BDSM?

Più o meno verso i 25 anni, quindi ne sono passati altri 25. Un mare di tempo. Ci sono arrivata seguendo i miei impulsi, i miei bisogni e le mie esigenze poi l’incontro con altre persone ha fatto il resto.

Qual è stato il tuo percorso?

Rita Pierantozzi

Le mie prime esperienze sono state con donne incontrate che avevano già chiaro quello che volevano. Per un breve periodo ho giocato da bottom e ho cercato di capire che cosa significava partecipare in ogni ruolo. Ho imparato il più possibile e ho capito che era una strada che difficilmente avrei abbandonato. 

Essendo già attivista al Cassero di Bologna ho provato a organizzare l’unione di quelli che già consideravo i miei due mondi e durante la Terza Settimana Lesbica nel 1997 siamo state le protagoniste del primo workshop sul sadomasochismo (si chiamava ancora così)  con play party a seguire. Da lì ho capito che il mondo lesbico non era pronto e non lo è tutt’ora, almeno un certo tipo di mondo lesbico. Ci hanno insultato, boicottato e ostracizzato. 

Per fortuna ero già in coppia con mia moglie che condivideva il mio sentire e ci siamo rivolte altrove. La scena milanese ci ha accettato e abbiamo cominciato a essere parti attive di feste e party. Mi sono spesso chiesta come si sarebbe comportata quella comunità se fossimo state una coppia di uomini.

Nel contempo ho incontrato Emerald (che allora era l’unica donna rigger in Italia) attraverso l’esperienza di Betty and Books e le Sexyshock di Bologna e ho cominciato a usare le corde non solo come strumento di costrizione ma come mezzo per comunicare qualsiasi sentimento o voglia. Da lì tanta acqua è passata sotto i ponti.
Oggi sono una persona diversa e faccio cose diverse ma tutto è partito in quegli anni.

Come ha influenzato la tua vita?

Fa parte della mia vita, una parte molto importante. Lo vivo quotidianamente, non è più il fulcro come era vent’anni fa ma penso di essere quella che sono anche per quello che ho vissuto ed imparato attraverso determinate pratiche. Sono cresciuta anche grazie a quello.

Ti faccio una domanda che spesso fanno a me. Il BDSM è in contrasto con il femminismo?

Secondo me proprio no, almeno il BDSM che conosco io e che reputo tale. Il gioco è gioco e chi si sottomette o domina in uno spazio delimitato anche dal tempo non è assolutamente detto che voglia mantenere quel tipo di atteggiamento anche nella vita quotidiana e questo lo ritengo valido in qualunque genere ti identifichi. Sempre se parliamo di un BDSM consensuale che non ha nulla a che vedere con sopraffazione e violenza.

Esiste una scena BDSM composta da persone LGBTQ+?

Certo che sì, il mondo leather gay esiste ed è il pioniere in questo ambito da sempre, peccato che sia composto solo da uomini. Ora si cominciano vagamente a intersecare i due mondi ma la strada da fare è lunghissima. In USA e In UK ci sono gruppi come Rebel Dykes o gli ultimi strascichi del Samois ma sono realtà isolate che spesso escludono il genere maschile. La comunicazione è difficilissima.

Mi sembra che, a parte alcuni isolati casi, in generale in Italia ci sia ancora della resistenza da parte delle persone LGBTQ+ a entrare a far parte della scena BDSM. Come mai, secondo te?

Perché molta della comunità GLBTQ+ è chiusa in un tentativo (legittimo ma da me non condiviso) di “normalizzazione” che percorre vie eteronormate e fa fatica ad accettare realtà alternative. Si fa fatica ad accogliere bisessuali, persone trangender e non binary figuriamoci gente pure pervertita. Il doppio stigma è difficile da portare. Essere donna, lesbica, grassa e kinkster non è che mi faciliti la vita.

Che cosa è cambiato rispetto a quando tu ti sei avvicinata al BDSM? 

Molta strada è stata fatta, ci sono molte più realtà, molte più occasioni di incontro, si comincia anche a ragionare sulle parole “comunità” e “scena” ma il percorso è ancora molto lungo. La gente si evolve e il cambio generazionale aiuta. Stanno sparendo delle figure granitiche della “vecchia guardia” e il modo sembra fluidificarsi e incontrarsi di più. Confido molto nelle nuove generazioni,.

Quali potrebbero essere i passi da compiere per far sentire le persone LGBTQ+ più accolte nella scena BDSM?

Il combattimento strenuo verso ogni forma di machismo e di sessismo può essere una strada, creare realtà che sappiano spiegare che non c’è limite a chi puoi essere e che sei comunque ben accolt*. Che il corpo non è importante o meglio lo è in ogni sua forma, che puoi non depilarti o truccarti con la barba e che andrai comunque bene.
Allontanare dai gruppi ogni soggetto che può essere vagamente discriminatorio, anche a costo di perdere un utente.
Ancora si ha bisogno di luoghi protetti.

Come ti vedi e come vedi noi persone LGBTQ+ e kinkster tra 10 anni?

Io sarò con il bastone a cercare di far passere corde sopra al bambù e posso solo esprimere la speranza che si possa giocare, imparare, vivere tutt* insieme senza limitare la nostra realtà.

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La comunità LGBTQ+ e i giovani – Un punto di vista

La rete Arcigay Giovani (nata nel 2005) è composta principalmente dai tanti Gruppi Giovani sparsi in tutta Italia e tutte le persone giovani della nostra associazione. Organizzano eventi, incontri, campeggi e portano la specificità LGBTQIA+ nel mondo giovanile, universitario e delle politiche giovanili in generale. Serena Graneri è la responsabile nazionale di Arcigay Giovani. Le abbiamo chiesto di raccontarci di più questa esperienza di confronto e crescita.

Serena Graneri, responsabile nazionale della rete Arcigay Giovani
CasArcobaleno è il luogo in cui il Gruppo Giovani di Torino si riunisce
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