Incontro per rope bottom

L’incontro per rope bottom ha l’obiettivo di esplorare il mondo delle corde dal punto di vista di chi si fa legare.

Che cosa vuol dire essere rope bottom? Perché ci piace far corde? Che rapporto sviluppiamo con le persone con cui giochiamo? Possiamo aumentare la consapevolezza che abbiamo del nostro corpo e può essere utile farlo?

Insieme parleremo di hard skill (cenni di anatomia, respirazione, stretching) e soft skill (comunicazione, consapevolezza del proprio corpo) e affronteremo temi come dolore e sofferenza e l’importanza di essere in salute o essere performanti.

Indipendentemente da quale sia il nostro stile di bondage preferito, potremo confrontare le nostre esperienze da rope bottom, scambiandoci informazioni in uno spazio sicuro, un luogo in cui è possibile esprimere le proprie opinioni senza aver paura di essere giudicate/i per questo (e quindi un luogo in cui si rispettano tutte le idee, senza essere giudicanti).

L’incontro per rope bottom è aperto a persone di qualunque genere ed è consigliato anche a chi gioca da rigger.

A cura di Alithia Maltese e Otello Otmi.

Rope bottom di sesso maschile? Ce ne parla otmi

rope bottom

Ciao otmi. Dicci un po’ chi sei, presentati.
Ciao! Sono Oliver, ho ventiquattro anni e vivo ormai da diverso tempo a Torino per proseguire i miei studi all’università. Pur essendo il mio percorso accademico legato all’informatica (s)fortunatamente non mi fermo a quella, negli ultimi anni ho deciso di seguire alcuni istinti che mi hanno portato a recitare e, più in generale, a interessarmi di tutto ciò che è arte visiva/performativa. Una di queste cose è lo shibari.

Quando hai deciso di iniziare a frequentare la comunità BDSM?
Era il 2015, mi ero trasferito solo da qualche mese e stavo iniziando a capire, godere, dell’indipendenza che la mia nuova situazione abitativa, lontana dai genitori, mi restituiva. Durante tutta la mia adolescenza, per motivi che ora identifico in gran parte esterni a me, esplorai veramente poco la sfera dell’intimità, nei limiti di ciò che si può scoprire da soli. Come per molte persone, compagna di questa esplorazione fu la pornografia. In questo modo sono venuto a contatto, almeno graficamente, con alcune pratiche BDSM. Una volta a Torino, spinto dalla ventata di libertà universitaria, decisi di informarmi ulteriormente. Così scoprii di Fetlife, un social network dedicato proprio a persone che praticano tali dinamiche. Successivamente all’iscrizione, per puro caso la mia attenzione ricadde sulla sezione eventi, dove compariva un certo TNG, aperitivo informale per persone under 35 che erano interessate all’argomento. Deciso ad andare, mi feci mezza città a piedi e trovai un gruppo di persone estremamente eterogeneo ma davvero accogliente. Da quel momento non ho più smesso di partecipare a tali eventi. La cosa divertente è che per i primi tre o quattro incontri tornai più per le persone che per il tema, ora invece i due stimoli sono equilibrati.

Come mai ti sei avvicinato alle corde?
Direi quasi per caso. Pochi mesi dopo aver iniziato a frequentare la scena BDSM finii in un post aperitivo e tra le altre persone presenti c’erano due rigger. Per semplice curiosità chiesi di provare a essere legato e rimasi folgorato dalla sensazione di cura che provai fin dalla prima corda che mi venne messa addosso. Prima di quella epifania, senza rifletterci troppo sopra, credevo che lo shibari mi sarebbe interessato prettamente dal lato top. La persona che mi legò aveva bisogno di qualcuno con cui esercitarsi abbastanza costantemente con il bondage giapponese e così io iniziai seriamente a fare da rope bottom (anche detto “modello”). Il 2019 invece è stato l’anno in cui ho iniziato a legare, ma questa è un’altra storia.

Pratichi prevalentemente da top quando giochi, ma nelle corde cambi anche ruolo.
Corretto. Quella prima esperienza mi portò a rivalutare tutto quello che pensavo di sapere riguardo a me stesso nell’ambito kink e, ancora più in grande, riguardo la mia sfera personale. Cinque anni dopo, ora, dopo aver percorso molta strada rispetto ad allora e nel frattempo vissuto diverse esperienze, ho acquisito una certa solidità, non nel definirmi o credere di sapere cosa voglio, ma nell’essere sereno di poter fare tutto ciò che voglio. Un esempio è farmi legare ma al contempo giocare da top in gran parte delle altre pratiche che vivo. In futuro non mi nego che la situazione possa ulteriormente cambiare. Alla fine questo è il bello di essere Millennial, il bello di essere la generazione fluida, che tanto spesso si scontra con meccanismi e persone creati e formate in schemi rigidi, purtroppo anche nel mondo BDSM.

Quando hai cominciato eri uno dei pochissimi rope bottom biologicamente maschi in Italia a metterci anche la faccia. Da allora c’è stato un incremento della presenza maschile tra le persone che si fanno legare. Secondo te come mai c’è stato questo aumento ma siete ancora delle mosche bianche? Possibile che sia per una mancanza di interesse?
Credo che sia dovuto all’arrivo di nuove leve che, come dicevo nella risposta precedente, non si fanno troppe remore a provare, sperimentare, essere “incoerenti”. Non penso sia una carenza di interesse, al massimo una forte presenza di costrutti sociali, presenti anche nella scena, che portano a non volersi esporre. Come hai correttamente riferito, quando ho iniziato ero davvero una, se non la, mosca bianca. Lo facevo un po’ per una voglia innata di rompere schemi, un po’ con la speranza di fare da apripista. Ora le cose stanno cambiando e spero che continui questo trend, che resista anche al clima di intolleranza generale nei confronti di tutto quello che non è “macho”.

Ti sei mai trovato in difficoltà come rope bottom per via del tuo sesso biologico?
A livello fisico sì, non nego che la conformazione del mio corpo sia diversa da quella di una persona appartenente al sesso biologico opposto. Detto ciò, come ho affrontato il fatto che il futomomo per le mie gambe sia una delle legature più intense, affronto anche la presenza di un pene tra le mie gambe o dell’assenza di un vitino da vespa. Semplicemente ho imparato a conoscermi, così come lo hanno fatto le persone che mi legano e grazie a ciò non risulta più una difficoltà. Parlando invece di difficoltà sociali, mi ritengo fortunato ad aver conosciuto ed essere entrato in contatto praticamente solo con persone che non mi hanno discriminato. Questo però non lo ritengo scontato, chiunque si trovi in situazioni meno agevoli della mia sappia che non è solo, in tutta Italia esistono realtà fantastiche come quella in cui io mi son ritrovato e ogni giorno ne nascono di nuove.

Hai iniziato a farti legare che eri giovanissimo, non avevi ancora 20 anni. Pensi che questo abbia influenzato la tua esperienza nel BDSM o nella tua vita in generale?
Penso, anzi, sono quasi sicuro lo abbia fatto. Prima di tutto perché ho trovato una guida, un punto di riferimento stabile nella persona con cui praticavo, nella scoperta del BDSM e in parte anche nella vita quotidiana. Poi, come già detto, perché mi ha spinto a fare valutazioni su me stesso che in caso contrario sarebbero potute arrivare molto più in là con gli anni. Infine, parlando di sensazioni ma anche di emozioni e stati d’animo, è stata un’ottima palestra per imparare a lasciarsi andare e accettare la sofferenza. Voglio sottolineare che c’è una differenza tra questa e il dolore. La prima è qualcosa che non provoca danni permanenti e soprattutto fa parte di quello che ci si aspetta da una legatura giapponese, in particolare se semenawa, mentre il secondo è l’opposto, non fa parte dell’esperienza e spesso prova infortuni. Imparare a riconoscere la differenza tra i due è stato un grande passo che sono grato di aver fatto da giovane, anche perché è utile se non fondamentale in quasi tutte le altre dinamiche BDSM che pratico, anche da top.

Ti è mai capitato di parlare del tuo essere rope bottom con persone che non frequentano la scena BDSM? Che reazione hanno avuto?
Diverse volte, anzi ammetto che i primi tempi ero io stesso a parlarne. In quel momento la scoperta del BDSM era un’esperienza così nuova, forte e positiva da non poterla omettere mai. In quella fase ricevevo reazioni miste, chi nutriva un certo interesse e piacere nel parlarne e approfondire il discorso, chi invece viveva un certo disagio. Tutt’ora non ho ancora incontrato persone ostili nei confronti di quello che faccio o, per estensione, di chi sono. Attualmente però evito di tirare fuori l’argomento se non quando stimolato o con la chiara impressione che il discorso vada in quella direzione, per una forma di consenso. Non tutte le persone, giustamente, hanno voglia di affrontare discorsi riguardanti le corde o l’intimità, ovviamente non tutte le motivazioni per questo malessere sono sane, ma non è mio compito risolvere queste problematiche, quindi mi limito.

Ci sono state, ci sono o pensi ci saranno delle ripercussioni nella tua vita personale e percorso professionale con il tuo coming out come kinkster?
Questa domanda me la sono posta a gennaio di quest’anno, quando ho avuto la possibilità di tenere un incontro riguardante il consenso al Fish&Chips Film Festival. Quella è stata la prima volta in cui esponevo non solo la mia faccia, ma fisicamente la mia persona, a un pubblico che se pur interessato, in gran parte non era formato da kinkster. Fino a ora non ho vissuto ripercussioni negative nella mia vita sia personale sia professionale per via del mio coming out. Per quanto riguarda il futuro, vivo di una speranza, forse ingenua, che la mia esposizione non abbia ricadute. In realtà una ripercussione per il futuro potrebbe esserci. Nella mia testa da tempo c’è una vocina che si interroga se questa mia passione possa diventare un giorno qualcosa di cui vivere, stimolo che purtroppo trova opposizione. Ho ancora paura che una simile decisione potrebbe rendermi la vita molto più ardua, perché, oltre alle beghe burocratiche, percepisco un forte stigma culturale verso percorsi professionali simili. Ciò detto, mi rincuora vedere ogni giorno sempre più persone impegnarsi per sensibilizzare e fare cambiare la situazione, questo mi sprona a provarci io in prima persona.

Sei anche organizzatore del TNG Torino (aperitivo kinky per persone dai 18 ai 35 anni). Come ti senti a fare un po’ da Virgilio alle persone che si avvicinano alla scena essendo tu in primis così giovane?
Sono profondamente orgoglioso di questo. Come ho già detto, appena arrivato, a soli 19 anni, trovai delle persone meravigliose che mi hanno fatto sentire accolto, alcune delle quali mi hanno fatto da guida fino ad adesso. Io semplicemente voglio provare a fare lo stesso. È il mio gesto più grande per provare a mutare in meglio le cose. Oltre all’orgoglio ovviamente sento una grande responsabilità. Chi arriva giovane quanto lo ero io è ancora fortemente influenzabile, nel bene e nel male, il BDSM è qualcosa che può andare in entrambe le direzioni. C’è la possibilità di acquisire una maggiore consapevolezza di se stessi e dei propri gusti rispetto ai coetanei ma si corre anche il rischio di danneggiarsi non solo fisicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Per questo io insieme a tutta l’organizzazione del TNG cerchiamo di creare l’ambiente più sicuro e stimolante possibile all’interno dell’aperitivo, dando occasione di vivere parte di questo percorso minimizzando i rischi. Questa opportunità inoltre è diffusa su quasi tutto il territorio nazionale dato che ormai c’è un TNG in tutte le regioni italiane.

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Come vedi te e la scena BDSM italiana tra dieci anni?
Bella domanda, non me lo chiedo spesso, in realtà non me lo ero ancora mai chiesto. Chi mi conosce sa che frequentemente scherzo sul voler entrare nel “Club 27”, anche se nella realtà non sarà così. Dunque, tra dieci anni spero di sentirmi, ed essere, ancora più sereno e libero in tutti gli ambiti della mia vita. Il mio piano per arrivare a questo obiettivo è continuare ad esplorare ed esplorarmi, cercando di non negarmi nessuna esperienza che vorrò fare, nella vita e nel BDSM. Per quanto riguarda la scena, credo che continuerà a crescere, nonostante il clima politico attuale. Spero che con questa espansione possa far parte di una spinta unitaria, insieme ad altre realtà e gruppi sociali, verso una cultura e una società in cui il “diverso” non venga discriminato. Chiave di questa rivoluzione potrebbe essere l’accettazione che ogni individuo è unico e non catalogabile, in particolare nella sfera personale.