TNG – L’incontro informale per giovani kinkster

Il TNG prende il nome dal telefilm Star Trek – The Next Generation e in questo contesto intendiamo The Next Generation of Kinksters, ovvero quei giovani tra i 18 e i 35 anni che si avvicinano al mondo BDSM.

Federico è uno dei tre organizzatori del TNG Milano, uno dei primi TNG nati in Italia.
I TNG sono a tutti gli effetti dei munch. Come abbiamo visto, un munch è un incontro informale in cui le persone che praticano BDSM o che ne sono curiose possono incontrarsi e conoscersi al di fuori di play party e feste.

Chi sei? Presentati!

Federico, 30 anni, nato e cresciuto a Milano, kinkster, bisessuale, poliamoroso, sposato, co-organizzatore del TNG Milano.

Quando e come hai iniziato a frequentare il TNG Milano?

Settembre del 2013, primo munch TNG Milano dopo che era stato lanciato come spin off del Munch, sono arrivato puntualissimo alle sette e mezza con la mia compagna, eravamo i primi ed eravamo talmente puntuali che gli organizzatori di allora non avevano ancora fatto in tempo a sedersi sui divanetti. Tempo qualche anno e ne sarei diventato uno degli organizzatori.

A chi è rivolto il TNG?

La risposta di default, che si trova sul sito e sui nostri canali social è: “a tutte le persone tra i 18 e i 35 anni che vogliono avvicinarsi al mondo del BDSM”. 

A questa aggiungo che il target che ci interessa di più raccogliere sono soprattutto i giovani che si affacciano al BDSM per la prima volta, perché sono quelli a cui può servire di più la presenza della comunità, sia per scoprire di non essere soli nelle loro perversioni, sia per fare domande, togliersi dubbi e conoscere altri kinkster. 

Quali sono gli obiettivi di un TNG?

L’obiettivo principale è appunto di far sapere ai giovani kinkster che non sono da soli, far conoscere tra di loro persone con un grande interesse comune. Un altro importante obiettivo è far girare la conoscenza, il BDSM è bello quando è fatto bene in modo consensuale e sicuro, quindi è importante far sapere alle persone come divertirsi senza farsi male. Cioè, facendosi male in modo sicuro. Poi per chi frequenta l’aperitivo da anni è anche un modo per vedersi periodicamente con gli amici, fare due chiacchiere a organizzarsi per giocare a play party o feste private.

Che cosa significa essere un organizzatore di un TNG?

Organizzare significa prima di tutto cercare e trovare un locale che assicuri la disponibilità tutti i mesi per una cinquantina di persone. Accogliere i nuovi arrivati e aiutarli a rompere il ghiaccio, metterli a loro agio. Poi c’è da raccogliere segnalazioni di qualsiasi tipo e tenere gli occhi aperti nel caso capitino eventuali persone che si comportano in modo inappropriato o fastidioso. Negli ultimi mesi abbiamo cercato anche di creare una community anche al di fuori degli aperitivi con presenza sui social e un canale telegram dove chiacchierare tra un appuntamento e l’altro.

C’è un evento in particolare, legato al TNG, che ti ha cambiato la vita o ti ha fatto riflettere su argomenti per te importanti? Se sì ce lo racconti? (Vale anche “ho un sacco di amici fighi”)

Sono arrivato al TNG come un ragazzino etero e monogamo che consumava un sacco di porno BDSM e che aveva proposto alla propria fidanzata di provare a giocare e, dopo un po’ di mesi, di andare a vedere questo aperitivo per provare a conoscere qualcuno con cui parlare e confrontarci.

Ora, dopo sei anni, posso dire che al TNG ho conosciuto amici, play partner, una fidanzata, e soprattutto ho sperimentato, esplorato, fatto cadere tabù, mi sono divertito. In generale questa comunità è diventata con gli anni un elemento centrale della mia vita sociale.

Qual è stato e quale pensi sarà il contributo del TNG per le persone che vi partecipano?

La prima cosa, la più importante, è scoprire che non si è da soli ad avere desideri sessuali diversi da quelli mainstream e scoprire che gli altri “pervertiti” non sono mostri strani ma sono persone come qualsiasi.

Poi è utile sia per confrontarsi sulle rispettive esperienze e scoprire cose nuove sia per conoscere potenziali play partner, persone con cui provare a fare quello che hai sognato di fare per anni nascosto nella penombra della tua cameretta.

Come ti vedi e come vedi la scena tra 10 anni?

La scena nello specifico spero un po’ più varia e non dominata così tanto dalle corde, non che il bondage non piaccia, anzi, ma in questo momento la fa da padrona soffocando un po’ tutto il ventaglio di perversioni, fetish e kinks.

Poi la grande speranza è che la società diventi più sex-positive in generale e che questo abbia ricadute anche su una maggiore conoscenza e accettazione delle sessualità non convenzionali. Questo ci farebbe allargare un po’ fuori dalla nicchia dei soli kinkster hardcore, come succede per esempio nelle realtà di San Francisco o Berlino. A Milano si sa che siamo un po’ pali in culo, la speranza è di sostituire un po’ di pali con dei plug.

N.d.r.: Ormai la maggior parte delle grandi città italiane ha il suo TNG. Per scoprire qual è il TNG più vicino a te scrivimi in privato su FB o Instagram!

Fisting anale – Che succede quando piace a un uomo dominante

Giorgio Simone Anacleto, uno degli organizzatori del Munch di Torino, ci parla di un tema poco trattato nella scena BDSM, quasi un tabù anche tra i kinkster più audaci. Ci piace trattare temi non comuni e questa volta abbiamo deciso di confrontarci con il fisting anale.

Ciao Anacleto. Dicci qualcosa di te. Chi sei?

FIsting

Ciao Alithia, mi presento con il mio vero nome cioè Simone ma sono più conosciuto come Giorgio Anacleto e sono prima di tutto un amante della costrizione e del latex. Affascinato fin da bambino da ciò che la pubblica opinione considera “strano” e “perverso”, mi sono affacciato a questo mondo pubblicamente circa 10 anni fa iniziando a frequentare alcune feste private. 

All’età di circa 12 anni, nella fase in cui iniziavo a scoprire la mia sessualità, ero interessato non solo al mio membro maschile ma pure al mio ano e così iniziai ad esplorarlo usando gli oggetti che c’erano in casa lubrificandolì con prodotti destinati ad altri usi ma convertiti per l’occasione. Da allora sono passati parecchi anni e grazie a vari fattori, quali l’inizio di un lavoro che mi permettesse di acquistare “cose”, l’avvento di internet e i negozi online (si, sono così “vecchio” anagraficamente) e la vita lontano dalla mia famiglia, mi hanno permesso di migliorare l’oggettistica e i lubrificanti ma soprattutto mi hanno permesso di avere delle partner con cui sperimentare cose nuove.

Quando hai deciso di iniziare a frequentare la comunità BDSM?

Come anticipato poco sopra, circa 10 anni fa, al termine di una lunga relazione con una persona ignara di quello che realmente mi piaceva in campo sessuale, decisi che era ora di conoscere persone come me che avevano gusti che andavano oltre al sesso vanilla e così ho fatto, anche se durante la relazione frequentavo già alcune prodomme.

Che cosa c’era di diverso rispetto ad adesso?

Intendi prima di frequentare l’ambiente kinky? C’era menzogna, frustrazione, insicurezza. Avevo una fidanzata che non avrebbe mai capito (e così è stato perché ora sa ma non “capisce”) e così vivevo due vite separate. Questo non era giusto né per me né per la mia lei. Ora solo libero.

Qual è il tuo ruolo e quali sono le tue passioni quando giochi?

Quando inizio una nuova relazione di gioco, metto subito in chiaro che a me piace non avere ruoli e quindi giocare alla pari. Questo non significa che mi pongo dei limiti in assoluto ma che non mi piace essere trattato con un sub o trattare la partner come una dom. Poi credo che, ogni persona sia differente, quindi i limiti sono molto labili.

Quello che mi appassiona maggiormente è vedere la mia partner esclusivamente di sesso femminile, divertirsi e godersi il momento in cui usa un grosso strap-on o mi infila una mano dentro mostrando in volto l’enorme piacere che ne deriva. Ovviamente questa è la componente mentale ma non dimentichiamo la parte fisica che comprende la stimolazione della prostata e – ovviamente – il riempimento del mio intestino che, tutto insieme, provoca molto spesso il milking (ndr: pratica che consiste nella stimolazione interna della prostata che può avere come effetto l’eiaculazione, in concomitanza o in assenza di orgasmo).

Come hai scoperto il fisting?

Guardando dei video che mostravano persone atte a fare self-fisting cioè ad introdursi da soli la propria mano nell’ano. Così dopo vari tentativi, sono riuscito ad infilarmi la mia mano nel sedere. Da quel momento ho iniziato a proporre alle partner di fistarmi da prima con una mano, pian piano provando con due fino ad arrivare a provare (e riuscire) ad introdurre un piede (e qui parliamo però di Foot Fisting).

Qualcuno potrebbe pensare che chi ama ricevere il fisting abbia un ruolo passivo nel BDSM ma non è questo il tuo caso. Come la vivi?

Diciamo che nell’ambiente BDSM è una pratica diffusa tra il dominante e il sottomesso (a prescindere dai generi) dove il dominante “impone” la pratica del fisting. In realtà, come sappiamo, ci si accorda all’inizio della sessione quali pratiche sono ammesse e/o richieste quindi trattasi di gioco di ruolo.
Nel mio caso, non essendo un sottomesso (ma nemmeno un dominante nel senso stretto del termine) mi piace giocare alla pari dove non c’è un comportamento da parte di chi mi sta fistando che prevale come dominatrice, piuttosto è un Do Ut Des, uno scambio reciproco di piaceri.

Ti hanno mai mosso critiche a riguardo?

Ti riferisci al fatto che non mi pongo come sottomesso? No, principalmente perché quando conosco una nuova partner, mi piace mettere in chiaro le cose e se non le sta bene, ognuno per la propria strada e finora nessuna mi ha mai criticato, almeno in faccia.

Possiamo quindi sfatare il mito che la penetrazione anale sia un piacere tutto omosessuale?

Assolutamente SI, e di questo mi sono sempre fatto portavoce! Noi uomini, indipendentemente dall’orientamento sessuale, abbiamo la fortuna di avere la prostata, un secondo recettore molto appagante che però va stimolato attraverso l’ano e questa cosa, nella cultura comune, è vista come poco macha! In realtà credo, sia molto influenzata dalla religione che condanna l’omosessualità e la discrimina (e in parte lo è ancora) perciò dichiarare di provare piacere attraverso l’ano, per un maschio etero, pare sia sintomo di omosessualità repressa.

Che consigli puoi dare a chi vuole iniziare a esplorare questa pratica?

Di non aver fretta! Gli sfinteri sono dei muscoli e come tali possono essere allungati (stretching) ma bisogna andare con calma; infatti il rischio è quello di uno strappo muscolare che porta inevitabilmente a subire dolore e rimandare nel tempo “l’allenamento” in attesa di guarigione.

Bisogna iniziare con piccoli oggetti privi di spigoli o parti ruvide e taglienti, e prendere confidenza con il proprio ano e retto, cercando di rilassarsi il più possibile poiché da quella zona, normalmente, le cose escono invece che entrare. Altro consiglio è quello di fare una bella pulizia del retto e usare tantissimo lubrificante, meglio se a base di acqua. In ultimo, la pratica costante aiuta a sentire meglio una parte del corpo con cui ci dicono che è meglio non averci a che fare (per via delle feci).

Bisogna fare un training specifico per il fisting?

Assolutamente si! Sarebbe come decidere di iscriversi alla maratona di NY senza allenamento! Dopo pochi metri sei a terra stremato e qui è lo stesso, più o meno, nel senso che senza un allenamento si rischia di provare dolore (rischio con conseguenze basse) o di provocare danni (conseguenze medio-alte).

Come già anticipato alla domanda precedente, il mio consiglio è quello di prendersi tutto il tempo necessario perché non si possono saltare dei passaggi: è un percorso che prevede delle tappe. Bisogna innanzitutto prendere confidenza con l’ano e gli sfinteri. Per maggiori dettagli consiglio un giro su Wikipedia e siti specializzati in medicina per comprendere meglio come funziona l’ultimo tratto del nostro intestino e come è fatto. Innanzitutto consiglio sempre una accurata pulizia del retto perché è spiacevole sia per il ricevente – che potrebbe avere lo stimolo di defecare impedendo di fatto il gioco – sia per chi sta fistando che potrebbe incontrare resti fecali sgradevoli. Però prima di arrivare ad accettare un pugno attraverso gli sfinteri e nel retto, consiglio un po’ di tranining con plug anali via via più grandi.

Ovviamente il tempo tra un plug ed il successivo è molto (troppo) soggettivo per dare dei consigli però, ripeto, non abbiate fretta di arrivare al diametro prefissato e abbondate di lubrificante perché fa la differenza. Quando parlo di tempo, intendo giorni, settimane oppure mesi. Cioè potreste aver bisogno di allenarvi per una settimana (una volta al giorno) per il plug più piccolo per poi passare al successivo; a questo punto potrebbe volerci più tempo e così via man mano che la dimensione del plug aumenta.

Considerate che anche il vostro partner insertivo potrebbe aver bisogno di un training per impara a fistare. A me capita molto spesso che delle amiche o sconosciute mi chiedano aiuto per insegnarle a fistare nel modo corretto soprattutto se si tratta di Deep Fisting (inserimento del braccio anche oltre al gomito nell’intestino attraverso l’ano).

Come vedi te e la scena BDSM tra 10 anni?

Difficile da dirsi però, avendo l’opportunità di frequentare ambienti molto giovani, vedo un approccio diverso sia alla sessualità in genere che al kinky/bdsm e cioè molto più semplice, a volte separato dai sentimenti. Mi spiego: a noi (vecchi) è stato inculcato che il sesso fuori dalla coppia (fissa o meno) non era ben visto; che la scopata con la sconosciuta era da evitare; ma questo succedeva solo in Italia. Ora vedo che c’è molta più consapevolezza nelle cose e che si può fare sesso (vanilla o bdsm) senza che ci siano legami particolari, come se fosse una partita di calcetto. Quindi, in conclusione, credo che con il passare degli anni ci sarà sempre più consapevolezza da parte della popolazione vanilla di un mondo che vive la propria sessualità in modo alternativo al loro senza per forza essere dei maniaci pervertiti ma solo delle persone consapevoli delle loro passioni.

Per quanto mi riguarda, sono sicuro che tra una decina di anni sarò ancora in questo mondo a fare esperienze.

KinkyGirls – Solo tra donne

KinkyGirls

Come ho conosciuto le KinkyGirls

Qualche tempo fa sono venuta a conoscenza di una realtà che organizza eventi a tema BDSM per sole donne, con base a Roma. Questa realtà si chiama KinkyGirls. Da brava curiosa ho pensato che poteva essere interessante fare due chiacchiere con loro, per capire da dove venisse questa esigenza di organizzare eventi per sole donne, per scoprire che cosa le muove. In fondo credo che il confronto sia lo strumento migliore contro il pregiudizio e l’indifferenza e visto che alcune delle loro tematiche si avvicinano alle mie, ecco nato il nostro incontro.

Perché un gruppo di donne delle più diverse età, orientamenti sessuali, identità di genere, attitudini in ambito BDSM, decide di lanciarsi nell’avventura di organizzare il primo e unico play party a tema kinky e bdsm per sole donne, e più in generale, di animare la scena bdsm con un dibattito politico e culturale sulle relazioni BDSM, fetish e kinky tra donne?

Perché, secondo loro, ce n’era tanto bisogno, perché una cosa così non c’è mai stata in Italia e anche in Europa non si sta molto meglio. Perché i desideri delle donne che amano altre donne sono spesso confinati a una sfera puramente romantica, di coppia, di amore vanilla e tutto ciò che esula è visto con grande sospetto dalla stessa comunità LGBT e con curiosità morbosa dai maschi. E invece noi sappiamo che le donne amano e desiderano in infiniti modi le altre donne e questi modi possono passare anche attraverso il feticismo, l’arte e la costrizione delle corde, la gestione del dolore/piacere, fino ad arrivare alla possibilità di rapporti D/s. E quindi era ora che esistessero degli spazi dove questi desideri e queste pratiche potessero essere agiti e discussi. KinkyGirls nasce per questo.

KinkyGirls è un gruppo di amiche, è un play party, sono munch di incontro e relazione, è un sito, un marchio depositato, la collaborazione con iniziative LGBT e BDSM di altre organizzazioni, è performance, divulgazione attraverso i social, i corpi, gli sguardi.

Ciao KinkyGirls. Parlateci di voi. Chi siete? Che fate? 
Siamo un gruppo di donne di diverse età, orientamenti sessuali e anche identità di genere accomunate dalla passione per il gioco e la cultura BDSM e kinky con altre donne. Circa un anno fa abbiamo deciso di dare vita ad un play party BDSM rivolto unicamente a donne, cis e trans. Da quel momento non ci siamo più fermate: al play party abbiamo aggiunto munch, cineforum, un sito, shooting fotografici collaborazioni con altre realtà LGBT della capitale con esibizioni. 

Quando avete fondato questo gruppo e perché? 
Il gruppo è fluido e finora ci sono state uscite e ingressi. Ci siamo conosciute circa un anno fa, chiamate a raccolta da un uomo che da tempo organizza iniziative in ambito BDSM. La collaborazione a un certo punto è terminata e abbiamo deciso di continuare da sole e di crescere, mettendoci sempre di più la faccia nel vero senso della parola: le foto del sito, dei flyer e della pagina fb sono le nostre. Abbiamo capito che in giro è pieno di donne che amano le donne che hanno desideri e fantasie non vanilla, ma che non hanno mai trovato uno spazio sicuro e accogliente dove sperimentarsi e confrontarsi 

A chi sono rivolti gli eventi che organizzate, qual è il vostro target?  
Donne, sia cis che transessuali. La novità, la sfida è proprio questa.

Perché una serata per sole donne? 
Questo è un discorso un po’ lungo, ma è di fatto la questione da cui siamo partite e il fulcro politico e culturale del nostro progetto. Le specificità e direi le vere e proprie problematiche del kinky/BDSM tra donne attengono essenzialmente a due ambiti oseremmo dire opposti: la potenza dello sguardo maschile che tutto piega alle proprie fantasie e lo sguardo giudicante di una erronea lettura femminista della sessualità alternativa.

Prima questione:
Il BDSM vissuto a livello eterosessuale prevede la partecipazione delle donne come dominanti o sottomesse in una funzione prevalentemente legata al rapporto con gli uomini: donne che giocano con altre donne esistono certamente e a volte se ne vedono anche nei play party, ma si ha spesso l’impressione che si tratti di una semplice digressione, un di più rispetto allo standard che vuoi o non vuoi alla fine implica necessariamente la presenza di un maschio. Diciamo che l’universo kinky e BDSM tra donne spesso rischia di diventare ciò che nelle fantasie erotiche vanilla – veicolate anche dai porno – è l’erotismo lesbico: una parentesi tra un pene e l’altro. L’ipotesi che esista un mondo di gioco BDSM unicamente al femminile credo che sfugga alla gran parte della comunità ed è buffo perché se si assume che esistono donne che amano altre donne è strano che non si assuma anche che alcune di esse lo fanno attraverso i codici di un rapporto D/S o con una sessualità permeata di feticismi, sadomasochismo e chi più ne ha ne metta. Di fatto se due o più donne giocano in un play party è esperienza comune a tutte noi che lo sguardo maschile, che sia dominante o sottomesso, è potente e ci ingloba nelle sue fantasie, anche quando non lo vorremmo.

Seconda questione:
Spesso a donne lesbiche o bisessuali impegnate nel Movimento LGBT e/o femminista l’idea stessa che l’amore e/o la sessualità tra donne possa essere permeato da dinamiche di potere, dolore, sottomissione porta immediatamente a galla l’ipotesi che si tratti di “farina di un altro sacco”, che si tratti per l’appunto di “perversioni” mutuate da un immaginario patriarcale e maschilista, nutrito da una pornografia dove la donna non è mai soggetto neanche quando dice di esserlo. Il senso di colpa che possono provare in questo senso molte donne lesbiche e bisessuali che scoprono e vivono pulsioni non vanilla è difficilmente comprensibile per chi non abita determinati ambienti politici e culturali o anche solo interpersonali: la paura di non avere desideri spontanei e autonomi, ma di essere semplicemente schiave di un patriarcato interiorizzato, di mimare un maschio che abusa di una donna, pur usando l’alibi della consensualità, è sempre in agguato.

È chiaro che entrambi i punti di vista sono fortemente centrati su esperienze settoriali e presentano il limite di non vedere da un lato la specificità dell’amore tra donne e da un altro l’assoluta eterogeneità e “normalità” delle diverse espressioni di tale desiderio.
Perché è un dato di fatto incontrovertibile e comprovabile, se si riesce ad andare al di là del proprio personale, che le donne amano e desiderano in infiniti modi le altre donne e questi modi possono passare anche attraverso il “gioco” (ma ricordiamoci sempre che i bambini e le bambine giocano assai seriamente…) del feticismo, attraverso l’arte e la costrizione delle corde, passando per la gestione del dolore/piacere, fino ad arrivare alla possibilità della sperimentazione e della pratica del rapporto tra dominazione e sottomissione, tra cura e controllo.

Si tratta di infinite sfumature della sessualità che appartengono alle donne esattamente come agli uomini e che nè rendono le donne che vivono e agiscono questi desideri una caricatura di un maschio maschilista e machista, come non avviene se una donna fuma o indossa i pantaloni, né tantomeno sono un prologo ad un necessario e “naturale” rapporto con il maschio di turno. La differenza nelle pratiche la fa la consapevolezza di chi le agisce e non certo il fatto che una cosa sia nota come maschile o femminile.

Molte di noi non hanno ceduto alle pressioni sociali e hanno finora vissuto pienamente la propria identità BDSM con donne, sia in pubblico che in privato, ma riscontrando forti limiti nella libertà di espressione di sé e soprattutto in assenza di luoghi fisici e mentali dove realmente si potesse evitare il giudizio altrui, sviluppando insieme al divertimento anche una riflessione politica e culturale e, perché no, godendo dell’energia femminile che crea legami e relazioni potenti. Da sempre gli uomini gay hanno attivato propri luoghi e percorsi di sessualità non convenzionale senza per questo sentirsi meno gay, meno impegnati e non si sono fatti alcun problema a tenere lo sguardo e le pratiche femminili al di fuori di questi spazi.

E quindi era ora che esistesse un luogo ed un’occasione dove questi desideri e queste pratiche possano avere uno spazio sicuro: dove non si possa venire giudicate come donne lesbiche o bisessuali che usano strumenti del patriarcato, dove non si rischi di agire fantasie non proprie, ma di un immaginario maschile, dove non esista una gerarchia tra donne lesbiche, bisessuali o semplicemente curiose di sperimentare una parte dei proprio desideri, dove anche donne non nate tali, ma che si riconoscono e vivono come tali e desiderano e “giocano” con altre donne possano trovare uno spazio non discriminante.

Pensate che eventi simili possano aiutare a sviluppare una sessualità positiva? Come? 
Sicuramente sì. Feste dove si può liberamente giocare o anche solo guardare, munch dove si può parlare, cineforum e workshop dove poter discutere e imparare: si tratta di occasioni di cura e piacere che per le donne sono rare e che possono realmente cambiare la percezione di sé. Stiamo vedendo che dopo ogni festa ci sono donne che prendono coraggio per vivere più a fondo i loro desideri continuando un percorso di apertura e sperimentazione che non si erano mai permesse prima. Per le donne in particolare la sessualità svincolata dalla procreazione e anche dall’amore è una conquista quotidiana e noi stiamo facendo il nostro pezzettino di lavoro.

Avete ricevuto critiche, commenti sgradevoli riguardo alla vostra attività? 
Commenti sgradevoli espliciti ne abbiamo avuti alcuni da donne che hanno visto il nostro profilo su Wapa, nota app per incontri tra donne. Ma per una che ci ha insultata, ne abbiamo avute almeno due che ci hanno chiesto informazioni e poi sono venute alle serate. Invece i problemi ce li abbiamo con facebook dove la nostra pagina è già stata oscurata quattro volte, sicuramente a seguito di segnalazioni. Evidentemente a qualcun* diamo fastidio proprio per la carica innovativa e di rottura del nostro progetto… motivo in più per andare avanti!

Di contro, ci raccontate la vostra più grande soddisfazione?
Abbiamo cominciato con serate con pochissime donne: non ci siamo scoraggiate. Lo sapevamo che per le donne è difficile uscire di casa, spendere dei soldi, affrontare un’esperienza nuova totalmente al buio, magari da sole, rompere i pregiudizi e gli stereotipi. La nostra più grande soddisfazione è essere arrivate in meno di un anno a serate con oltre 40 donne di ogni età e provenienza. Le abbiamo letteralmente “corteggiate” e rassicurate una per una, ci offriamo di vederci prima per due chiacchiere, rispondiamo a domande in privato, organizziamo accompagni a casa. Si sta creando un gruppo di amiche sempre aperto alle nuove che vengono che rimangono ogni volta la maggioranza delle partecipanti, segno che la curiosità è tantissima. Altra grande soddisfazione è stata poter portare le nostre esibizioni e i flyer in luoghi del divertimento lesbico tradizionalmente molto conservatori ed essere accolte benissimo.

Vi è capitato di mettervi in discussione? 
Molte volte. Come dicevo siamo un gruppo di donne per molti versi eterogeneo, con provenienze anche politiche assai diverse. Fin dall’inizio ci siamo dovute confrontare con opinioni diverse su varie questioni. Per esempio decidere chi fossero “le donne” per definire chi potesse partecipare ai nostri eventi. Ci parliamo grazie ai social quotidianamente e rivediamo continuamente le nostre posizioni in merito ad ogni aspetto del progetto in uno scambio fatto di rispetto e ascolto che ci sta facendo crescere moltissimo come persone.

Avete fatto esperienze, all’interno della vostra attività, che vi hanno cambiato la vita? 
Di certo stiamo imparando tantissimo: da come si realizza e gestisce un sito, a come si registra un marchio. Altre stanno imparando a fare i cocktail e alcune hanno anche avuto l’occasione di switichare in un ambiente che evidentemente rende safe e friendly anche questo salto. Ma soprattutto da questa esperienza sta nascendo un progetto che va ben oltre una festa mensile. E, last but not least, stanno nascendo anche relazioni importanti, sia amicali che amorose.

KinkyGIrls, come vi vedete e come vedete il BDSM tra 10 anni?
Alcune di noi hanno già 50 anni quindi è divertente e terribile pensare al BDSM tra 10 anni (rido). In realtà tra 10 anni – ma anche molto prima – ci piacerebbe avere un’associazione culturale e una location che non ci faccia dipendere da luoghi di uomini per poter organizzare liberamente attività di vario tipo che prendano in considerazione tutte le possibili sfaccettature di una comunità BDSM per donne.

5 cose da fare per avvicinarsi al BDSM

Una delle domande che abbiamo sentito più spesso in questi anni è: “Che cosa suggeriresti a una persona che è interessata al BDSM ma non sa da dove cominciare?” Abbiamo pensato ti mettere le risposte qui, nero su bianco, consigliando 5 cose da fare per avvicinarsi al BDSM.

1. Keep calm and don’t panic!

5 cose da fare per avvicinarsi al BDSM
5 cose da fare per avvicinarsi al BDSM

Hai scoperto di avere degli interessi che le persone intorno a te potrebbero trovare strani? Pensi di avere delle pulsioni sbagliate? Ti senti a disagio con i tuoi desideri? È un’esperienza comune. La maggior parte delle persone che frequenta la scena kinky ha fatto queste riflessioni. Non aver paura, la tua curiosità è legittima e, se hai un po’ di timore, puoi iniziare a fare le tue ricerche anche senza esporti.

2. Internet ti può aiutare.

Bene! Se sei qui e leggi questi consigli vuol dire che hai già iniziato la tua esplorazione. Va’ avanti così! Internet è una fonte inesauribile di sapere. Fa’ attenzione! Non è detto che tutto ciò che trovi sia corretto o attendibile. Anche nel BDSM puoi trovare delle fake news. Come fare a non prendere cantonate? Leggi i prossimi punti.

3. You are not alone – Cerca una community online.

I social network hanno diffusione capillare nella vita di chiunque, con i pro e i contro che questo comporta. Per trovare dei gruppi in cui confrontarti basta cercare sulle piattaforme che usi già, vedrai che senza dubbio qualcosa salterà fuori. Comincia a dialogare con le persone che hanno i tuoi stessi interessi, probabilmente sapranno indirizzarti verso gruppi di discussione specifici in cui potrai porre le tue domande e condividere i contenuti che hai trovato online per avere un confronto.

Proprio perché i social di uso quotidiano sono così comuni non ti assicurano il grado di controllo della privacy che magari vorresti. Per questo esiste un social network specifico utilizzato da milioni di kinkster (8,284,351 persone nel momento in cui scriviamo). Si chiama Fetlife. Puoi creare un account e decidere chi può vedere i tuoi contenuti (e puoi pubblicare anche foto di capezzoli!). Qui puoi trovare persone con cui chiacchierare. Ci sono anche gruppi italiani, e una fantastica sezione eventi che ti dirà quali sono quelli in programma più vicini a te.

4. Cerca una community dal vivo.

Vuoi uscire dalla tua comfort zone? Tastiera e schermo non bastano più a soddisfare la tua curiosità? È giunto il momento di buttarti nella mischia! Niente paura, non ti stiamo mandando al tuo primo party nel primo scantinato che trovi. Nelle più grandi città d’Italia, ormai in quasi tutte le regioni, esistono delle community che organizzano eventi in cui è possibile conoscersi e incontrarsi senza la pressione del gioco. Munch, aperitivi, TNG, cene, eventi informali di ogni tipo ti aiuteranno a trovare persone reali e non solo nick name, volti e non solo immagini del profilo, con cui chiacchierare delle tue passioni senza il peso del pregiudizio.

5. Chi va piano va sano e va lontano.

Pensi sia il caso di passare dalle parole ai fatti? Buon per te! Hai capito che cosa potrebbe interessarti, che cosa vorresti provare? Hai trovato qualcuno con cui farlo? Vi siete conosciuti dal vivo o avete solo chattato? Se non vi siete mai incontrati potrebbe essere carino farlo, magari in un luogo neutrale per entrambi, come un munch o un aperitivo qualsiasi. Così se per caso non dovesse scattare la scintilla potete comunque passare una serata piacevole e senza imbarazzo.

Se la persona con cui vuoi giocare fa già parte della scena kinky puoi chiedere referenze a chi la conosce o ci ha già giocato. In ogni caso il consiglio migliore che possiamo darti è questo: usa il buonsenso. Gioca con una persona di cui ti fidi e che si fida di te, avvisala se ci sono problemi di qualunque tipo, cura la comunicazione (verbale e non) prima, durante e dopo la sessione. Detto questo non resta che augurarti una buona esplorazione e buon divertimento!

L’articolo “5 cose da fare per avvicinarsi al BDSM” è stato realizzato dallo staff del TNG Torino: Alithia Maltese, Otello Otmi e Stefano Marduk.

Se non conosci alcuni dei termini utilizzati in questo articolo puoi consultare il Dizionario minimo del BDSM.

Rope bottom di sesso maschile? Ce ne parla otmi

rope bottom

Ciao otmi. Dicci un po’ chi sei, presentati.
Ciao! Sono Oliver, ho ventiquattro anni e vivo ormai da diverso tempo a Torino per proseguire i miei studi all’università. Pur essendo il mio percorso accademico legato all’informatica (s)fortunatamente non mi fermo a quella, negli ultimi anni ho deciso di seguire alcuni istinti che mi hanno portato a recitare e, più in generale, a interessarmi di tutto ciò che è arte visiva/performativa. Una di queste cose è lo shibari.

Quando hai deciso di iniziare a frequentare la comunità BDSM?
Era il 2015, mi ero trasferito solo da qualche mese e stavo iniziando a capire, godere, dell’indipendenza che la mia nuova situazione abitativa, lontana dai genitori, mi restituiva. Durante tutta la mia adolescenza, per motivi che ora identifico in gran parte esterni a me, esplorai veramente poco la sfera dell’intimità, nei limiti di ciò che si può scoprire da soli. Come per molte persone, compagna di questa esplorazione fu la pornografia. In questo modo sono venuto a contatto, almeno graficamente, con alcune pratiche BDSM. Una volta a Torino, spinto dalla ventata di libertà universitaria, decisi di informarmi ulteriormente. Così scoprii di Fetlife, un social network dedicato proprio a persone che praticano tali dinamiche. Successivamente all’iscrizione, per puro caso la mia attenzione ricadde sulla sezione eventi, dove compariva un certo TNG, aperitivo informale per persone under 35 che erano interessate all’argomento. Deciso ad andare, mi feci mezza città a piedi e trovai un gruppo di persone estremamente eterogeneo ma davvero accogliente. Da quel momento non ho più smesso di partecipare a tali eventi. La cosa divertente è che per i primi tre o quattro incontri tornai più per le persone che per il tema, ora invece i due stimoli sono equilibrati.

Come mai ti sei avvicinato alle corde?
Direi quasi per caso. Pochi mesi dopo aver iniziato a frequentare la scena BDSM finii in un post aperitivo e tra le altre persone presenti c’erano due rigger. Per semplice curiosità chiesi di provare a essere legato e rimasi folgorato dalla sensazione di cura che provai fin dalla prima corda che mi venne messa addosso. Prima di quella epifania, senza rifletterci troppo sopra, credevo che lo shibari mi sarebbe interessato prettamente dal lato top. La persona che mi legò aveva bisogno di qualcuno con cui esercitarsi abbastanza costantemente con il bondage giapponese e così io iniziai seriamente a fare da rope bottom (anche detto “modello”). Il 2019 invece è stato l’anno in cui ho iniziato a legare, ma questa è un’altra storia.

Pratichi prevalentemente da top quando giochi, ma nelle corde cambi anche ruolo.
Corretto. Quella prima esperienza mi portò a rivalutare tutto quello che pensavo di sapere riguardo a me stesso nell’ambito kink e, ancora più in grande, riguardo la mia sfera personale. Cinque anni dopo, ora, dopo aver percorso molta strada rispetto ad allora e nel frattempo vissuto diverse esperienze, ho acquisito una certa solidità, non nel definirmi o credere di sapere cosa voglio, ma nell’essere sereno di poter fare tutto ciò che voglio. Un esempio è farmi legare ma al contempo giocare da top in gran parte delle altre pratiche che vivo. In futuro non mi nego che la situazione possa ulteriormente cambiare. Alla fine questo è il bello di essere Millennial, il bello di essere la generazione fluida, che tanto spesso si scontra con meccanismi e persone creati e formate in schemi rigidi, purtroppo anche nel mondo BDSM.

Quando hai cominciato eri uno dei pochissimi rope bottom biologicamente maschi in Italia a metterci anche la faccia. Da allora c’è stato un incremento della presenza maschile tra le persone che si fanno legare. Secondo te come mai c’è stato questo aumento ma siete ancora delle mosche bianche? Possibile che sia per una mancanza di interesse?
Credo che sia dovuto all’arrivo di nuove leve che, come dicevo nella risposta precedente, non si fanno troppe remore a provare, sperimentare, essere “incoerenti”. Non penso sia una carenza di interesse, al massimo una forte presenza di costrutti sociali, presenti anche nella scena, che portano a non volersi esporre. Come hai correttamente riferito, quando ho iniziato ero davvero una, se non la, mosca bianca. Lo facevo un po’ per una voglia innata di rompere schemi, un po’ con la speranza di fare da apripista. Ora le cose stanno cambiando e spero che continui questo trend, che resista anche al clima di intolleranza generale nei confronti di tutto quello che non è “macho”.

Ti sei mai trovato in difficoltà come rope bottom per via del tuo sesso biologico?
A livello fisico sì, non nego che la conformazione del mio corpo sia diversa da quella di una persona appartenente al sesso biologico opposto. Detto ciò, come ho affrontato il fatto che il futomomo per le mie gambe sia una delle legature più intense, affronto anche la presenza di un pene tra le mie gambe o dell’assenza di un vitino da vespa. Semplicemente ho imparato a conoscermi, così come lo hanno fatto le persone che mi legano e grazie a ciò non risulta più una difficoltà. Parlando invece di difficoltà sociali, mi ritengo fortunato ad aver conosciuto ed essere entrato in contatto praticamente solo con persone che non mi hanno discriminato. Questo però non lo ritengo scontato, chiunque si trovi in situazioni meno agevoli della mia sappia che non è solo, in tutta Italia esistono realtà fantastiche come quella in cui io mi son ritrovato e ogni giorno ne nascono di nuove.

Hai iniziato a farti legare che eri giovanissimo, non avevi ancora 20 anni. Pensi che questo abbia influenzato la tua esperienza nel BDSM o nella tua vita in generale?
Penso, anzi, sono quasi sicuro lo abbia fatto. Prima di tutto perché ho trovato una guida, un punto di riferimento stabile nella persona con cui praticavo, nella scoperta del BDSM e in parte anche nella vita quotidiana. Poi, come già detto, perché mi ha spinto a fare valutazioni su me stesso che in caso contrario sarebbero potute arrivare molto più in là con gli anni. Infine, parlando di sensazioni ma anche di emozioni e stati d’animo, è stata un’ottima palestra per imparare a lasciarsi andare e accettare la sofferenza. Voglio sottolineare che c’è una differenza tra questa e il dolore. La prima è qualcosa che non provoca danni permanenti e soprattutto fa parte di quello che ci si aspetta da una legatura giapponese, in particolare se semenawa, mentre il secondo è l’opposto, non fa parte dell’esperienza e spesso prova infortuni. Imparare a riconoscere la differenza tra i due è stato un grande passo che sono grato di aver fatto da giovane, anche perché è utile se non fondamentale in quasi tutte le altre dinamiche BDSM che pratico, anche da top.

Ti è mai capitato di parlare del tuo essere rope bottom con persone che non frequentano la scena BDSM? Che reazione hanno avuto?
Diverse volte, anzi ammetto che i primi tempi ero io stesso a parlarne. In quel momento la scoperta del BDSM era un’esperienza così nuova, forte e positiva da non poterla omettere mai. In quella fase ricevevo reazioni miste, chi nutriva un certo interesse e piacere nel parlarne e approfondire il discorso, chi invece viveva un certo disagio. Tutt’ora non ho ancora incontrato persone ostili nei confronti di quello che faccio o, per estensione, di chi sono. Attualmente però evito di tirare fuori l’argomento se non quando stimolato o con la chiara impressione che il discorso vada in quella direzione, per una forma di consenso. Non tutte le persone, giustamente, hanno voglia di affrontare discorsi riguardanti le corde o l’intimità, ovviamente non tutte le motivazioni per questo malessere sono sane, ma non è mio compito risolvere queste problematiche, quindi mi limito.

Ci sono state, ci sono o pensi ci saranno delle ripercussioni nella tua vita personale e percorso professionale con il tuo coming out come kinkster?
Questa domanda me la sono posta a gennaio di quest’anno, quando ho avuto la possibilità di tenere un incontro riguardante il consenso al Fish&Chips Film Festival. Quella è stata la prima volta in cui esponevo non solo la mia faccia, ma fisicamente la mia persona, a un pubblico che se pur interessato, in gran parte non era formato da kinkster. Fino a ora non ho vissuto ripercussioni negative nella mia vita sia personale sia professionale per via del mio coming out. Per quanto riguarda il futuro, vivo di una speranza, forse ingenua, che la mia esposizione non abbia ricadute. In realtà una ripercussione per il futuro potrebbe esserci. Nella mia testa da tempo c’è una vocina che si interroga se questa mia passione possa diventare un giorno qualcosa di cui vivere, stimolo che purtroppo trova opposizione. Ho ancora paura che una simile decisione potrebbe rendermi la vita molto più ardua, perché, oltre alle beghe burocratiche, percepisco un forte stigma culturale verso percorsi professionali simili. Ciò detto, mi rincuora vedere ogni giorno sempre più persone impegnarsi per sensibilizzare e fare cambiare la situazione, questo mi sprona a provarci io in prima persona.

Sei anche organizzatore del TNG Torino (aperitivo kinky per persone dai 18 ai 35 anni). Come ti senti a fare un po’ da Virgilio alle persone che si avvicinano alla scena essendo tu in primis così giovane?
Sono profondamente orgoglioso di questo. Come ho già detto, appena arrivato, a soli 19 anni, trovai delle persone meravigliose che mi hanno fatto sentire accolto, alcune delle quali mi hanno fatto da guida fino ad adesso. Io semplicemente voglio provare a fare lo stesso. È il mio gesto più grande per provare a mutare in meglio le cose. Oltre all’orgoglio ovviamente sento una grande responsabilità. Chi arriva giovane quanto lo ero io è ancora fortemente influenzabile, nel bene e nel male, il BDSM è qualcosa che può andare in entrambe le direzioni. C’è la possibilità di acquisire una maggiore consapevolezza di se stessi e dei propri gusti rispetto ai coetanei ma si corre anche il rischio di danneggiarsi non solo fisicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Per questo io insieme a tutta l’organizzazione del TNG cerchiamo di creare l’ambiente più sicuro e stimolante possibile all’interno dell’aperitivo, dando occasione di vivere parte di questo percorso minimizzando i rischi. Questa opportunità inoltre è diffusa su quasi tutto il territorio nazionale dato che ormai c’è un TNG in tutte le regioni italiane.

rope bottom

Come vedi te e la scena BDSM italiana tra dieci anni?
Bella domanda, non me lo chiedo spesso, in realtà non me lo ero ancora mai chiesto. Chi mi conosce sa che frequentemente scherzo sul voler entrare nel “Club 27”, anche se nella realtà non sarà così. Dunque, tra dieci anni spero di sentirmi, ed essere, ancora più sereno e libero in tutti gli ambiti della mia vita. Il mio piano per arrivare a questo obiettivo è continuare ad esplorare ed esplorarmi, cercando di non negarmi nessuna esperienza che vorrò fare, nella vita e nel BDSM. Per quanto riguarda la scena, credo che continuerà a crescere, nonostante il clima politico attuale. Spero che con questa espansione possa far parte di una spinta unitaria, insieme ad altre realtà e gruppi sociali, verso una cultura e una società in cui il “diverso” non venga discriminato. Chiave di questa rivoluzione potrebbe essere l’accettazione che ogni individuo è unico e non catalogabile, in particolare nella sfera personale.

Beatrice Gigliuto – Due chiacchiere e qualche riflessione

Beatrice Gigliuto

Beatrice Gigliuto, in arte Red Lily, 37 anni, sangue siculo e residenza nella capitale.  Ama cucinare, crescere cani brutti, tenere le mani e la mente in movimento. Impossibile non notare il carattere  rigido che alberga in un corpo morbido e la necessità insistente di fare che la contraddistingue, come donna e organizzatrice.
Social media manager, esperta di Food&Beverage e di Bondage, queste le sue identità lavorative. Ha una scuola di bondage (Ritual Lab), è direttore artistico di Rome Bondage Week, l’unico festival di bondage d’Italia e da poco gestisce Shibari House, il neonato progetto romano. Nel resto del tempo fa spettacoli, lega a destra e a manca e insegna.

Beatrice, raccontaci qualcosa di te. Quando hai cominciato a frequentare la comunità BDSM?
Avevo 26 anni e vidi lo show di un rigger allora abbastanza noto nella scena romana. Rimasi molto colpita ma titubante, il caso volle che incontrassi un’altra volta quel rigger e la sua modella e che avessi l’occasione di capire un poco meglio il bdsm. Da lì un percorso di anni, prima come sub per qualche mese e poi come dom ma soprattutto come curiosa e desiderosa conoscitrice di tutto ciò che riguarda la sperimentazione fisica delle emozioni. Le corde sono certamente state da subito il mio grande amore, mi hanno insegnato a esprimermi e a liberarmi della mia atavica timidezza.

Organizzi la Rome Bondage Week, collabori con il Torture Garden nell’edizione romana, adesso apri uno spazio dedicato alle corde. Che cosa significa per te essere un’organizzatrice di eventi BDSM? Perché hai deciso di farlo? Come mai hai deciso di aprire uno spazio? Qual è la filosofia dietro a questa scelta? A chi sono rivolti gli eventi che organizzi?
Quante domande importanti. Andiamo con ordine (sono un pochino ossessivo/compulsiva, eh).
Credo che organizzare cose dia soddisfazione alla mia parte dominante. In generale mi piace mettere le mie capacità a servizio di chi può goderne e ricevere indietro la riconoscenza di chi vede che ti sei fatto in quattro per dare il meglio, d’altro canto organizzare mi permette di dare una direzione, di guidare l’ambiente nel quale mi muovo in una direzione che mi interessa.

Rome Bondage Week prima e Shibari House dopo sono proprio questo, un mezzo per indicare un percorso differente, più aperto e limpido, più queer e orizzontale rispetto a quello che vedo normalmente intorno a me. 
I miei eventi sono rivolti a tutti. Mi muovo trasversalmente negli stili e nelle discipline ma anche nei ruoli, nel genere. Certamente i miei spazi sono queer friendly, con una volontà forte di uscire dallo stereotipo che vede l’uomo che lega la donna. Per me esistono umani che legano e si lasciano legare da altri umani. Il resto è di poco conto.

Ti faccio una domanda che fanno sempre a me: il fatto che tu sia una donna ha avuto qualche influenza sul tuo operato nel mondo BDSM? 
Sì. Nel bene e nel male. 
Parliamo prima del lato positivo. Ero una ragazza giovane e graziosa che legava in un mondo nel quale legavano solo gli uomini. Ero una mosca bianca e sono diventata “famosa” subito. Ancora prima di essere capace di legare veramente, ancora prima di avere capito come esprimermi. 
Ho avuto la strada spianata dove altri rigger facevano gran fatica a farsi notare.

D’altro canto i miei colleghi mi hanno marginalizzata, addirittura boicottata. Sono stata considerata l’assistente del mio ex socio per tanti anni e oggi, a cinque anni dalla chiusura di quell’esperienza personale e lavorativa, ancora la gente mi assimila a lui. Spesso, dopo la chiusura di quel rapporto, altre figure maschili di riferimento mi hanno chiesto di diventare la loro “assistente”. Come se in questa comunità, come nel mondo la fuori, fosse strano che una donna si ritenesse idonea a camminare da sola. Ammetto, però, che questa voglia di ridimensionarmi è stata la più grande spinta alla mia ricerca, allo studio, alla crescita. Perché ho voluto meritarmi ogni attenzione ricevuta e ho voluto mostrare superiorità per ogni attacco. Con i fatti e senza parole.

Rigger donne ne vediamo poche (e siamo ancora meno a esporci e metterci la faccia). Vediamo anche pochi rope bottom uomini. Per non parlare delle persone gender fluid. In Italia non siamo ancora molto abituati, forse. Secondo te come mai? 
La comunità bdsm è ancora fortemente dominata dagli uomini, forse ancora più che il mondo esterno. Questo la rende, sfortunatamente poco attraente per la comunità queer e gender fluid. Faccio spesso un esempio che per me chiarisce le cose. La comunità bdsm è piena di bisessuali. I bisessuali sono tutte donne, molte delle quali  praticano la loro bisessualità solo in presenza di un uomo. Questo ci rende lontani dalle comunità gay e queer. Certo negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, ci sono gruppi più queer friendly che stanno apportando modifiche sostanziali alla comunità. 

C’è un’occasione in particolare, legata agli eventi, che ti ha fatto riflettere su argomenti per te importanti? Se sì ce la racconti?
Ce ne sono due che raccontano due argomenti totalmente differenti. La prima è un’esperienza emotivamente dolorosissima come top durante un evento. Ho legato una sconosciuta e sono stata emotivamente malissimo, ho fatto fatica a portare a termine la legatura per le emozioni negative che stavo vivendo e dopo ho avuto un pianto violento e una sensazione di abuso potente. Questo mi ha molto fatto pensare al consenso, alla gestione emotiva del top, a quanto sia sottovalutata la cura e l’aftercare nel senso condiviso. Ci si prende sempre cura di chi sceglie di stare sotto e, a volte, è come se chi si pone come dominante fosse solo una mano che lega o colpisce, come se fosse senza anima. 

Il secondo ricordo importante è la reazione di una coppia di ragazzi gay a un mio show. Alla fine della performance con una mia modella si sono avvicinati e con imbarazzo mi hanno comunicato che si erano trovati entrambi fisicamente e mentalmente eccitati da “due persone che non fanno sesso! Due donne, tra l’altro”. E questo mi ha fatto pensare a quanto il potere erotico della comunicazione profonda sia trasversale e scevro da schematiche di genere, se ti liberi dal preconcetto.

Hai fatto delle esperienze che ti hanno cambiato la vita? Come? 
Beh. La mia vita è stata (e conoscendomi sarà) un percorso articolato. Certamente una relazione abusante molto lunga mi ha messa in condizione di ragionare fortemente su me stessa e su quanto io fossi disposta a sopportare solamente per non dimostrarmi fragile nel cedere. Capire che ero fallibile e fragile mi ha resa estremamente forte e consapevole. Cosciente di quali sono le tecniche manipolatorie che funzionano con me. Una di queste è la solitudine. Per questo ho scelto di fare da sola il cammino di Santiago, ad esempio, ma anche viaggiare frequentemente solo con il mio zaino. Costringermi a stare da sola, a soffrire la mia solitudine, mi ha resa impermeabile alla minaccia di abbandono, cambiando me e la mia vita.

Come ti vedi e come vedi la scena tra 10 anni? 
Mi vedo come una gran milf. Scherzi a parte. Non ne ho idea, sono così diversa da dieci anni fa che non vedo l’ora di vedere che sarà di me tra dieci anni. Probabilmente sarò meno centrale nella scena, e forse avrò smesso di fare show. Penso che insegnerò e organizzerò ancora, sperando di non prendere l’aspetto e l’ego dei guru agè che bazzicano la comunità in questi anni. 
Spero, tra 10 anni , di essere antica perché questo significherebbe una comunità in evoluzione, magari molto queer, switch e sorridente, senza questo prendersi troppo seriamente tipico del bdsm storico. Tornerò forse tra 40 anni, quando sarò un’anziana arzilla che lega la gente, per rimuovere l’ultimo taboo della nostra comunità, quello della bellezza a tutti i costi.

Voglio ringraziare davvero Beatrice Gigliuto per essersi raccontata e per aver tirato fuori temi ai quali tengo molto. Quando le ho chiesto di fare questa intervista sapevo che stavo parlando con la persona giusta. Beatrice ha inaugurato da poco la Shibari House a Roma. Se avete voglia di andare a curiosare sono sicura che vi accoglierà a braccia aperte.

Munch – L’aperitivo kinky

Silvia frequenta da diversi anni la comunità BDSM torinese ed è una degli organizzatori del munch di Torino. Le ho chiesto di fare questa intervista per spiegarci che cosa è un munch (qui la pronuncia corretta), quali sono gli obiettivi, perché partecipare e perché organizzarne uno.

Ciao Silvia. Chi sei? Presentati!
Ciao! Sono Silvia Rea, ho 34 anni e sono nata e cresciuta a Torino. Diversi anni fa ho scoperto che alcune pratiche erotiche fanno parte della mia sessualità. Scherzosamente mi piace definirmi “una femminista a cui piace essere sculacciata”. 

Quando e come hai iniziato a frequentare la comunità BDSM torinese?
Ho iniziato a frequentare la comunità torinese nel gennaio del 2015. Pochi mesi prima avevo letto BDSM, Guida per esploratori dell’erotismo estremo di Ayzad, scoprendo cosa fosse un munch. Una mia amica mi disse che a Torino si svolgevano degli aperitivi mensili per persone interessate al BDSM e mi informai sui social. Non potevo credere che anche Torino avesse un suo munch! Ora i munch sono più diffusi e quasi ogni capoluogo di Italia ne ha almeno uno.

In inglese ‘to munch’ vuol dire letteralmente sgranocchiare. Dicci, in ambito BDSM, che cosa è il munch? 
Il munch è un incontro conviviale in cui sostanzialmente si mangia e si chiacchiera in “abiti civili”. Nasce negli Stati Uniti tra appassionati di BDSM che sentirono il bisogno e la voglia di conoscersi al di fuori di ruoli e dress code, in una situazione più vicina alla quotidianità. A Torino il munch consiste in un aperitivo organizzato a titolo puramente volontario che si svolge il secondo mercoledì del mese, dalle 19.30 a oltranza.

A chi è indirizzato?
Il munch è indirizzato a tutte quelle persone che praticano BDSM o che ne sono anche solamente incuriositi. È un modo morbido per avvicinarsi all’ambiente e scoprire che le persone che spesso la società definisce “pervertite” sono in mezzo a noi e non hanno un aspetto tanto diverso da quello del proprio dentista o della cassiera al supermercato.

Ci sono delle regole da seguire?
Sì, ci sono alcune regole che servono a far sì che chiunque possa frequentare il munch in serenità. Per partecipare è necessario essere maggiorenni, non è consentito scattare foto o girare video senza l’esplicito consenso di tutti i soggetti coinvolti, non è consentito svolgere pratiche BDSM né portare con sé alcun tipo di attrezzatura BDSM. Consigliamo sostanzialmente di avvicinarsi all’ambiente con mente aperta e non giudicante, comprendendo le necessità di riservatezza che alcuni possono manifestare. Gli organizzatori hanno cura di accogliere e introdurre i nuovi partecipanti e verificare che la serata si svolga al meglio.

Perché qualcuno dovrebbe decidere di venire a un munch?
Perché ci si diverte! Sono stata un’amante del munch dal primo momento: ci si può confrontare sulle proprie passioni in un ambiente libero dal giudizio, scoprire punti di vista insoliti o al contrario accorgersi che il proprio punto di vista non è così insolito come si credeva.

Che cosa significa per te essere un’organizzatrice di eventi a tematica BDSM? Perché hai deciso di farlo?
Essere un’organizzatrice di eventi BDSM per me ha una valenza politica. Il BDSM presuppone consapevolezza di sé, dei propri limiti e il sapersi accettare senza giudicarsi. Credo che il sesso venga vissuto come un enorme tabù dalla maggior parte delle persone: il BDSM è per me uno strumento per liberarsi e giocare!

Che cosa è il Kinky Turin? Perché è nato?
Questa domanda andrebbe fatta a te, Alithia, che lo hai fatto nascere. Cerco di rispondere al meglio: il Kinky Turin è una sorta di contenitore, coordinato da tutti gli organizzatori di eventi non a scopo di lucro di Torino, che ha la funzione di promuovere eventi a tema BDSM o che trattano di consapevolezza e benessere sessuale. Il Kinky Turin è formato da: Munch, TGA (The Golden Age, laboratorio di discussione a tema kinky che si svolge il terzo giovedì del mese) e TNG (The Next Generation, ovvero un munch per persone tra i 18 e i 35 anni, che a Torino si svolge il quarto venerdì del mese).

MEA CULPA, MEA CULPA, MEA MAXIMA CULPA. È vero, il Kinky Turin ce lo siamo inventati noi del TNG Torino, per far rete con le altre organizzazioni torinesi ed è diventato uno strumento di comunità unico nel suo genere. Ma torniamo a te! C’è un’occasione in particolare, legata agli eventi, che ti ha fatto riflettere su argomenti per te importanti? Se sì ce lo racconti? 
Non c’è stato un evento in particolare che mi abbia fatto riflettere. Frequentare gli eventi mi ha permesso di comprendere meglio cosa sia il consenso, distinguere cosa è e cosa non è violenza verso un altro individuo e imparare a vivere ancora meglio le diversità: come si dice nell’ambiente anglosassone che tutto codifica: “Your kink is not my kink but it’s ok”.

Hai fatto delle esperienze che ti hanno cambiato la vita? Come?
Essere coinvolta nella comunità kinky torinese mi ha permesso di conoscere un sacco di persone nuove, di sentirmi me stessa, di vivere una vita più completa. Ho instaurato dei legami molto forti con alcune delle persone che ho conosciuto: è difficile spiegare il livello di intimità che il BDSM ti permette di raggiungere con persone di cui magari non conosci nemmeno il vero nome.

Come ti vedi e come vedi la scena tra 10 anni?
Dire come vedo me stessa tra dieci anni mi riesce molto difficile, diciamo che il BDSM fa parte della mia vita e, partecipando in modo più o meno attivo agli eventi, sono sicura che ne farà parte anche tra dieci anni. Per quanto riguarda la scena penso ci sarà un maggior apporto di persone con una visione più fluida del gioco BDSM, con ruoli meno rigidi. Mi auguro in una partecipazione sempre maggiore da parte di giovani, persone LGBT+ e anche e soprattutto di quelle persone che il BDSM lo lasciano relegato alla camera da letto, perché conoscere e confrontarsi è indispensabile per comprendere meglio quello che si fa e, perché no, avere stimoli nuovi!

Grazie, Silvia. Sei stata molto carina a rispondere alle mie domande. È sempre un piacere fare due chiacchiere con te. Ci vediamo al prossimo munch!

Munch

Per sapere quando sarà il prossimo munch a Torino, segui la pagina facebook dedicata! Se hai domande puoi scrivere alla pagina, uno dei quattro organizzatori ti risponderà. Se vuoi sapere qual è il munch più vicino a te scrivimi in privato. Buona esplorazione!

Schiava per scelta – Il racconto di Mia

Foto di Mia Rai

Ho conosciuto Mia un paio di mesi fa a un munch. Ci siamo viste in seguito per prendere un caffè e parlare un po’ delle nostre reciproche esperienze all’interno del mondo BDSM. Sono rimasta molto colpita dai suoi racconti. Mia è stata per anni una schiava e aveva col suo Padrone un rapporto 24/7. Mia è una ragazza giovane e non conosco altre persone della sua età che abbiano avuto esperienze simili. Così le ho chiesto di concedermi questa intervista, perché immagino che anche per altre persone, come per me, la storia tra un Padrone e una schiava somigli più a un racconto letterario che alla nostra quotidianità. Insomma, per me era un’occasione da non perdere e lei è stata così carina da acconsentire. Tutte le foto in questa intervista sono state realizzate da Mia.

Ciao, Mia! Parlaci un po’ di te.
Ciao! Io sono Mia, ho 28 anni e sono un chimico. Nel tempo libero ho mille interessi, non necessariamente legati al BDSM. Mi piace definirmi una persona poliedrica: pratico aikido, suono la chitarra e il pianoforte, sono una fotografa amatoriale e sono appassionata di arte e letteratura.

Quando hai cominciato a praticare il BDSM? Quanti anni avevi, come ci sei arrivata?
Ho cominciato a praticare BDSM nel 2012, quando di anni ne avevo 21. Ho sempre sentito dentro di me, dalla prima infanzia, delle pulsioni che non riuscivo a spiegarmi. Dai 6 ai 21 anni, però, ho cercato di reprimerle, essendomi scontrata con una società che non accettava questo tipo di sessualità. Mi sono sentita malata e sbagliata, ma con il passare degli anni non sono più riuscita a contenere la mia natura, che si è manifestata in maniera dirompente con il mio primo ragazzo. Il mio primissimo approccio è stato quindi all’interno di una dinamica di coppia, ma lui non comprendeva i miei desideri e quindi ho iniziato a cercare su internet informazioni riguardo a quello che sentivo, e sono riuscita finalmente a dargli un nome: BDSM. È stato un vero sollievo per me scoprire che c’erano altre persone che sentivano quello che sentivo io, e che potevo smetterla di sentirmi sbagliata.

Qual era la tua visione del BDSM prima di incontrare il tuo Padrone?
Prima di incontrare Lui ero in una fase di conoscenza e sperimentazione. Avevo già ben chiare alcune pratiche che mi piacevano più di altre, così come era già ben chiaro il mio essere bisessuale. Avevo anche intuito la possibilità di essere in qualche misura switch, opzione che poi ho messo in un angolo e che adesso invece sto esplorando. Poi ho incontrato Lui, che prima di essere il mio Dominante è stato il mio Mentore, trasmettendomi la sua conoscenza del BDSM e guidandomi nel percorso di consapevolezza di me stessa come schiava e dei risvolti psicologici che le pratiche BDSM possono avere.

Qual era la tua giornata tipo quando stavi con lui?
La nostra era una relazione 24/7 che comprendeva anche la convivenza, per alcuni periodi. Vivevamo comunque molto vicini, quindi io ero a Sua completa disposizione qualora lo desiderasse. Quando eravamo insieme, Gli preparavo il caffè al mattino e poi uscivo per andare in università o a lavoro. Ci sentivamo abbastanza spesso anche durante il giorno, e quando rientravo mi occupavo delle faccende di casa e di preparare la cena e la tavola. Quando non eravamo insieme, invece, ci sentivamo comunque tutte le sere via skype. È stata una relazione di 5 anni, che io ho vissuto costantemente nel ruolo di schiava.

schiava

Che cosa voleva dire per te essere una schiava?
Essere una schiava è dedicarsi completamente al Padrone, avere Cura di Lui in ogni aspetto della Sua vita e della Sua quotidianità. Da parte mia, lasciavo che Lui scegliesse per me i vestiti da comprare, cosa indossare per le occasioni speciali, a volte cosa mangiare. Ogni tipo di piacere era subordinato a Lui, così come i miei programmi di vita. Prendeva per me ogni tipo di decisione, anche se ovviamente per le questioni importanti, come per esempio scegliere un lavoro invece che un altro, c’era un confronto a priori. Lui poteva disporre di me in qualsiasi modo volesse e in qualsiasi momento, quello che in gergo si chiama “Total Power Exchange”, anche se tutto era fatto nell’ambito SSC.

Come potresti definire il vostro rapporto?
Il Nostro rapporto era Unico, perché entrambi eravamo unici in quel momento delle nostre esistenze. E poi in realtà io odio dover definire le cose, perché quando ti appiccichi addosso un’etichetta ti chiudi dentro una scatola e poi è difficile uscirne. 

C’era affetto, romanticismo, attrazione sessuale?
C’erano tutte queste cose e molto di più. Noi lo definivamo Amore, con la A maiuscola, perché si tratta di un tipo di amore incondizionato, dove nulla è fatto perché ci si aspetta qualcosa in cambio ma semplicemente perché si ha piacere di farlo. In quest’ottica, anche lasciare una tazzina di caffè sul comodino prima di uscire diventa un gesto di Amore e di devozione. In effetti, la Sua era una Dominazione molto mentale e devo dire che l’attrazione sessuale era un elemento importante, ma non imprescindibile come la devozione.

Era un rapporto esclusivo?
No, non lo era, io facevo parte di un serraglio di schiave. Ci conoscevamo tutte, ci trovavamo insieme a Lui a volte, ma ogni rapporto singolo con Lui era a sé. C’erano delle sorelle con cui sentivo un’affinità maggiore rispetto ad altre, ma le adoravo tutte, eravamo tutte delle belle persone. Non c’erano invidie, nessuna voglia di prevaricare sulle altre, nessuna gerarchia. Quando lo racconto mi sembra sempre di narrare una favola, eppure l’ho vissuto.

E poi, a un certo punto, questa storia è finita. Posso chiederti come mai?
Come tutte le belle favole, poi arriva il momento in cui devi tornare alla realtà. Probabilmente uno dei motivi per cui è finita è che questo rapporto per me non era del tutto sano. Avevamo quasi 30 anni di differenza, vissuti e aspettative di vita molto diverse. Probabilmente, a un certo punto, ci siamo resi conto di avere anche valori diversi. La situazione era diventata pesante per entrambi e così Lui ha deciso di liberarmi.

Ti manca quel tipo di relazione? Pensi che ne avrai mai un’altra simile?
No, quel tipo di relazione non mi manca, non la cerco e non credo che sarei mai in grado di averne un’altra simile. Forse in futuro, se dovessi arrivare a fidarmi abbastanza di una persona, potrebbero emergere dei lati della mia sottomissione che al momento tengo volutamente da parte, ma sarebbe comunque un qualcosa di completamente diverso da quello che ho vissuto. Credo che ogni relazione sia unica ed irripetibile, e non voglio vivere la mia vita ripetendo relazioni tutte uguali. Sono pronta a rimettermi in gioco e sono stata abbastanza forte per cambiare, quindi è cambiata anche la tipologia di persone che voglio al mio fianco.

Foto di Mia Rai

Hai deciso di frequentare eventi pubblici ed entrare a far parte della comunità. Che cosa ti ha spinto a farlo?
Prima di tutto, ho sentito il bisogno di confrontarmi con altre persone dell’ambiente, perché in fondo ho vissuto una grossa fetta della mia vita ascoltando una sola campana. E poi vorrei anche dare il mio contributo per quanto possibile, affinché sempre meno persone si sentano malate o sbagliate come mi sono sentita io. Cerco sempre di promuovere gli eventi della comunità, come il munch, il TNG e il TGA (ndr: The Golden Age, gruppo di incontro e discussione della comunità torinese), e rispondo sempre al meglio delle mie possibilità a chiunque desideri farmi delle domande o avere un confronto. Ho conosciuto delle bellissime persone nella comunità torinese, e spero sempre più persone decidano di approcciarsi al BDSM dal vivo, in ambienti controllati e di discussione come possono essere quelli che ho citato. Finché il mio contributo riuscirà a evitare che qualcuno incappi in mani e situazioni poco sicure, allora le mie energie saranno ben spese.

Quale sarà adesso la strada di Mia nel mondo del BDSM?
La strada di Mia sarà innanzitutto verso se stessa. Ho passato troppi anni senza chiedermi chi sono veramente, mi sono attaccata addosso un’etichetta, convinta che nulla potesse cambiare, mentre adesso voglio esplorarmi ed esplorare. Ho avuto il mio primo contatto con le corde come rope bottom e ho scoperto che è qualcosa che mi appartiene in maniera molto profonda. Sto esplorando la mia parte Dominante e sto iniziando a fare da Mentore, un ruolo che in passato era esclusivamente maschile, ma sono convinta che anche una schiava e una Donna può spiegare i meccanismi che stanno dietro una relazione D/s. Ma, soprattutto, sto iniziando a farmi una mia personalissima idea sul BDSM, e questa è la cosa più importante.

Ti faccio un’ultima domanda. Non volermene se suona un po’ provocatoria. Ti definisci femminista? Pensi che il femminismo possa essere compatibile con lo stile di vita che hai raccontato?
Sì, mi definisco femminista e non credo che questo sia in contrasto con il mio stile di vita. La schiava sceglie di sottomettersi, a chi e in che misura farlo, e lo fa in ogni momento della sua vita. Combatto fermamente la visione di chi sostiene che la schiava sia una bambolina senza cervello, figlia di una società che le impone di essere sottomessa in quanto donna. La schiava è una Donna forte, capace di badare a se stessa, senza bisogno di un uomo che le dica cosa fare. Eppure sceglie di lasciare questo potere in mano ad un’altra persona. Riesci a immaginare quale atto di Forza questa scelta richieda? Non dico che la Donna che sceglie di essere schiava sia superiore al Dominante, ma sono fermamente convinta che sia sua pari in tutto e per tutto.

A Palermo con Aisha

Aisha Kandisha è una rope model e performer. Nel 2016 fonda DeviantLove e organizza eventi.
Aisha Kandisha è rope model, performer e organizzatrice di eventi.

Aisha Kandisha è una rope model e performer. Dal 2014 fa parte della comunità BDSM siciliana. Fondatrice di DEVIANTLOVE, dal 2016 organizza eventi a tema BDSM. Questa estate sono andata a trovarla e ho organizzato con lei e Vazkor un corso di comunicazione, il nostro Body Language. In quell’occasione ho avuto modo di conoscerla meglio. Questa intervista è figlia di una serata a Palermo con Aisha.

Aisha, parlaci un po’ di te. 
Sono un’attiva promotrice della sessualità alternativa e del movimento Queer & Lgbt e BDSM & Fetish a Palermo. Nel 2014 mi sono avvicinata per la prima volta allo shibari e ho deciso di dedicarmi a questa disciplina giapponese in particolare, frequentando workshop ed eventi di shibari in tutta Italia. Nel 2016 ho fondato DEVIANTLOVE e ho iniziato a organizzare eventi come workshop, play party, cineforum, peer rope e performance a tema BDSM alternando la parte ludica all’aspetto culturale e divulgativo.

Quando e come hai iniziato a frequentare la comunità BDSM siciliana?
Ho iniziato a frequentare la comunità BDSM palermitana nel 2014, scoprendo questo mondo partecipando su invito ad un munch. Nel 2014 la comunità siciliana era già molto viva ma i munch e gli eventi erano segretissimi e il luogo dove si svolgevano veniva rivelato all’ultimo momento. Organizzavano munch, cineforum, workshop e raramente qualche peer rope ma non c’erano play party, almeno non a Palermo.

Quali sono i tuoi progetti al momento?
I miei progetti al momento sono il Black Kat (quello più imminente), un play party che io definisco “festa di contaminazione” o fetish party. Il Black Kat è un party che unisce l’area dance floor, con dj che suonano musica dall’Industrial alla Techno Dark, a un’area dungeon monitorata da una figura responsabile (dungeon monitor). È un party aperto a tutti, a tutte le sottoculture: dall’alternative al fetish e bdsm al queer ed LGBT. Un luogo dove poter esprimere sé stessi senza pregiudizi e nel rispetto delle diversità altrui. All’interno della serata danzante si avrà la possibilità di assistere a delle performance a tema di artisti locali e non. Dopo questo evento mi dedicherò a una delle discipline che amo di più, lo shibari. Attualmente sto preparando un workshop che terrò personalmente io, per bottom. Un corso interamente ideato da me, in base alle mie esperienze e ai miei studi e alle mie ricerche, grazie a molti articoli e workshop già esistenti di vari professionisti che seguo, principalmente dello stile Naka (ndr: Akira Naka). Per il 2020, ho deciso di dedicarmi allo studio dello shibari a partire da zero qui a Palermo. Da gennaio 2020 inizieranno dei corsi che partiranno dall’introduzione al kinbaku con l’obiettivo di formare un gruppo di studio con un approccio didattico specifico. L’insegnante che ho scelto per i miei corsi sarà Andrea Kurogami, istruttore certificato di Riccardo Wildties (deshii del maestro giapponese Akira Naka) di cui seguo lo stile. Oltre a essere un’organizzatrice di eventi, lavoro anche come performer sia di shibari che di BDSM in generale. Con Valentina Adrenalina Cole mi esibisco come Fetish Dolls performando in diversi eventi a tema in tutta Italia.

A chi sono rivolti gli eventi che organizzi? 
Gli eventi che organizzo sono rivolti a un pubblico maggiorenne e consapevole, non solo ai kinkster ma a tutti coloro che sono liberi dal pregiudizio e vogliono conoscere e comprendere gli aspetti di vari tipi di sessualità.

Che cosa significa per te essere un’organizzatrice di eventi BDSM? Perché hai deciso di farlo? 
Ho deciso di organizzare eventi perché amo addentrarmi in tutto ciò che concerne le mie passioni, per avere e dare la possibilità di conoscere e condividere una crescita personale e di gruppo su argomenti che interessano me in prima persona. Amo conoscere, studiare, viaggiare e incontrare le comunità di altri luoghi perché fondamentalmente amo la condivisione delle passioni, da un punto di vista sia ludico che culturale.

Ti faccio una domanda che fanno sempre a me: il fatto che tu sia una donna ha avuto qualche influenza sul tuo operato nel mondo BDSM?
No, il fatto di essere donna non ha influito sul mio operato, ma spesso sono stata giudicata come donna e come madre perché sono stata tra le prime a Palermo a farsi fotografare legata a volto scoperto, a organizzare eventi con data e luogo pubblici e a performare live in eventi pubblici come la Tattoo Convention di Palermo.

C’è un evento in particolare, legato agli eventi, che ti ha fatto riflettere su argomenti per te importanti? Se sì ce lo racconti?
Gli eventi più importanti per me sono stati i workshop, organizzati a Palermo, di Stefano Re, sulla metacomunicazione, i ruoli nel bdsm e i concetti di rappresentazione di “abuso”. Da novizia hanno avuto un’impronta notevole. Poi tutti i workshop di shibari con Riccardo Wildties e Red Sabbath, mi hanno fatto conoscere un approccio a questa disciplina che ha segnato la mia vita fino a oggi.

Hai fatto delle esperienze che ti hanno cambiato la vita? Come?
Tra le esperienze che mi hanno cambiato la vita sicuramente i workshop sulla comunicazione e la scoperta in me stessa di essere una performer, in quanto amo l’esibizionismo, che per me è un kink, e amo da sempre rompere gli schemi nella testa mia e di chi mi circonda.

Come ti vedi e come vedi la scena tra 10 anni?
La comunità siciliana e soprattutto palermitana si sta molto espandendo, adesso ci sono più munch al mese e molti più play party. Spero che tra dieci anni sia io che il resto della community ci saremo evoluti sempre in meglio, culturalmente e umanamente.

Vuoi seguire o contattare Aisha? Ecco dove trovarla!
Facebook @Aisha Kandiaha
Instagram: @ kandishaaisha
Pagine Facebook: @ DeviantLovePalermo, @ Black Kat
Instagram: @ bla_ckkat
Pagina Facebook Fetish Dolls: @ fetishdolls_italy
Instagram: @ fetishdolls.italy




Polycarenze – Un tè con Car

Car ha 21 anni, è una persona decisa e sicura di quello che fa. Polycarenze è il suo progetto di divulgazione che riguarda le Non Monogamie Etiche. Le ho chiesto di trovarci per un tè e questa è la chiacchierata che è venuta fuori. Puoi trovare Polycarenze su Instagram cliccando qui.


Chi sei? Presentati! Da dove viene il nome Polycarenze?
Sui social mi chiamano Car. Ho ventuno anni, studio ostetricia e in quel poco tempo libero che mi resta tra un tirocinio e l’altro, pratico diverse forme di attivismo. Spazio tra femminismo intersezionale, antispecismo e tematiche LGBT+. Il mio progetto più recente consiste nell’apertura di una pagina Instagram dedicata alle relazioni non convenzionali, in particolare le non monogamie etiche. Polycarenze, per l’appunto. Il nome ha una storia stupidissima. Nasce da “Carenza di B12” che era il mio pseudonimo quando qualche anno fa scrivevo racconti. Mi chiamavo così per via del mio veganismo. I cibi vegetali sono carenti di vitamina B12 e gli onnivori adorano prenderci in giro per questo motivo.  Quando ho aperto polycarenze, desideravo un nome che potesse riprendere in parte il mio pseudonimo e così ne ho scelto uno simile, che per di più è anche coerente con i temi che tratto. “Carenze riguardanti il poliamore”, quindi, divulgazione per chi non conosce questo tema. 

Quando e come hai cominciato a fare divulgazione sul poliamore e le non monogamie etiche?
La mia vita ruota abbastanza intorno a questi argomenti. Sono tematiche che inducono curiosità e scetticismi, quindi mi vengono poste tante domande dalle persone che mi conoscono nella vita di tutti i giorni. Banalmente, se qualcun* mi chiede se ho un fidanzato, sta dando per scontato che io sia etero e monogama. La mia avversione verso gli stereotipi di genere mi porta a rispondere ormai con naturalezza che sì, ho un fidanzato ma anche due fidanzate. Da lì, partono le domande, le risposte, le spiegazioni. Tutto questo per dire che divulgo molto anche al di fuori dai social media. Mi sono resa conto di non avere particolare interesse per la monogamia a quindici anni, chiedendomi il perché e se davvero fosse possibile amare più persone. Verso i diciotto, dopo una relazione monogama durata tre anni tra alti e bassi, ho acquisito maggiore consapevolezza e ho cominciato a dare un nome alle cose. Da lì, comincia il mio percorso di divulgazione. Polycarenze invece nasce un pomeriggio di aprile 2019, semplicemente dalla volontà di creare un canale italiano che potesse spiegare in modo semplice ma chiaro e coinciso, chi fossero questi dannati non monogami di cui ultimamente si ama parlare spesso e male. 

Qual è il tuo target, con chi parli, a chi ti rivolgi?
Instagram mi comunica che la fascia d’età che più mi segue è quella tra i 18 e i 24 anni, subito seguita da quella tra i 25 e i 34 anni. Attualmente, mi seguono più persone che si identificano come donne. Non mi sono posta un target di riferimento. Parlo potenzialmente a tutt* quell* che sono interessati a scoprire una realtà alternativa alla società etero e mononormata a cui ci abituano sin da quando siamo in fasce.  

Qual è lo spirito che sta alla base del tuo lavoro? Qual è l’obiettivo che ti proponi?
Sul poliamore e le sue sfaccettature si potrebbero scrivere libri su libri, e per ogni sua sfaccettatura potrebbe nascere una lezione di filosofia e di etica. Non è il mio obiettivo. Preferisco offrire spunti di riflessione a chi non conosce per niente queste tematiche e lascio le riflessioni profonde a chi ne sa più di me, a chi è formato in modo mirato sul counseling relazionale. D’altronde io studio ostetricia.  Trovo gratificante che una persona vissuta per tutta la sua vita in una dimensione fortemente mononormata mi scriva un messaggio ringraziandomi di averle fatto conoscere una nuova realtà, di averle aperto gli orizzonti. Cerco di evitare i paroloni, a parte quelli strettamente legati al mondo delle non monogamie per cui però offro sempre una spiegazione. L’obiettivo è informare dell’esistenza delle non monogamie etiche, creare uno spazio sicuro in cui le persone non monogame d’Italia possano sentirsi rappresentate e discutere offrendo nuovi punti di vista. Le persone poliamorose o che si interessano al tema sono sempre di più. Trovo essenziale che esistano reti di supporto anche per loro, così come ne esistono per le comunità LGBT+ maggiori. Fare rete anche con la comunità LGBT+ è fondamentale, o si rischia di incorrere in discriminazioni tra minoranze stesse (esempio classico: persona omosessuale che discrimina una persona bisessuale).

Spesso dici, senza tema di smentita, di essere una delle più giovani dell’ambiente tra le persone che fanno attivismo e divulgazione. Cosa significa per te? Ha un impatto sul tuo lavoro?
Se avrà un impatto sul mio lavoro lo si scoprirà dopo questa intervista, dato che non ho mai comunicato la mia età anagrafica sui social network prima di oggi. Nella vita di tutti i giorni non mi disturba la mia giovane età. Confrontarmi con persone più adulte mi offre spunti di riflessione interessanti, mi aiuta a crescere intellettualmente. I gruppi che frequento sono molto variegati. Ci sono anche spazi, come i collettivi universitari, dove siamo tutt* più o meno coetane*. Noto un po’ la tendenza a considerare di scarso valore le questioni portate alla luce da persone molto giovani. Un esempio classico è quello dei neologismi della comunità LGBT+, per nulla visti di buon occhio da persone molto più adulte e abituate ad una dimensione dove si parlava esclusivamente di gay e lesbiche, per di più in un mondo per niente “out&proud”. Ecco che quindi sono dietro l’angolo le polemiche sui giovini d’oggi tutti stranosessuali che complicano l’amore. 

Hai ricevuto delle critiche per quello che fai? Pensi che la tua età e il tuo genere abbiano influito sul fatto che tu sia stata presa di mira/criticata?
Devo ammettere che nel mio caso i commenti positivi e di incoraggiamento superano di gran lunga le critiche e i commenti negativi. Nel corso di questi mesi ne avrò ricevuti forse due o tre. Poi, un conto è criticare il poliamore, un conto è criticare me come persona. È vero, a volte prendo posizioni molto forti su alcuni argomenti (esempio, l’uso del genere neutro sul mio profilo o la critica molto forte alle femministe radicali trans esclusive, sex worker esclusive e contro il BDSM) ma non ho mai insultato nessun* né sbilanciata a tal punto da dare occasione a chi mi legge di criticare la mia persona. In quanto alle questioni di genere, vedo purtroppo ancora tante critiche e commenti sessisti verso le donne che sui social si espongono riguardo la loro sessualità oppure la propria inclinazione relazionale. Se sei una donna e non sei monogama, ti sentirai screditare ancora di più. Ti diranno che poliamore diventa solo un sinonimo più carino per dire puttana traditrice, persona poco seria, donna senza dignità.

C’è un evento in particolare, legato a Polycarenze, che ti ha fatto riflettere su argomenti per te importanti? Se sì, ce lo racconti?
La pagina sta diventando un po’ un archivio della mia vita poliamorosa. La cosa che più trovo affascinante è avere la prova che la nostra mentalità sia in continua evoluzione. A volte riguardo le vecchie foto, le stories passate, i post più vecchi e rileggendo o risentendo la mia voce, mi accorgo come in pochi mesi alcune delle mie idee siano cambiate, si siano trasformate e arricchite. Portare avanti questa forma di attivismo mi ha permesso di entrare nel cuore della comunità poliamorosa, di conoscere persone nuove e ascoltare le loro storie. Di arricchire ma anche di arricchirmi. Ho aperto la pagina in un momento di crisi nera con me stessa. L’ambiente dove studio è molto ostile e non perde occasione di ricordarmi quanto io non sia in grado di fare determinate cose, quanto il mio carattere non sia adatto per un determinato lavoro. Grazie a Polycarenze a volte mi ricordo che le mie parole servono a qualcosa e a qualcuno.

“Portare avanti questo progetto mi permette di arricchire ma anche di arricchirmi”.

Hai fatto delle esperienze che ti hanno cambiato la vita? Come?
Posso essere fiera di dire che entrare in contatto con la comunità kink e poly di Torino abbia avuto dei riscontri altamente positivi sulla mia vita. Ringrazio me stessa di aver alzato il fondoschiena ed essermi presentata da sola ad un poliaperitivo e successivamente ad un aperitivo kinky, stanca di essere circondata solo da persone monogame con cui non riuscivo ad esprimermi completamente. Stanca di ricevere commenti negativi, porte in faccia. Non ho mai respirato aria così pulita.

Come ti vedi e come vedi la situazione tra dieci anni?
A breve mi trasferirò in un’altra città e cambierò completamente vita. Non riesco a immaginarmi tra dieci anni, perché già sto facendo fatica ad immaginarmi tra sei mesi, in un posto lontano da casa, da* mie* partner, dalle amicizie più care. Non riesco, purtroppo, a essere fiduciosa nei confronti della legislazione: ho paura che prima che si arrivi a proporre qualche legge che tuteli le persone poliamorose e i/le loro figli* ci vorrà ben di più. Sono fiduciosa però sulla crescita delle persone che sosterranno sempre più il poliamore: attualmente è un argomento caldo, che suscita interesse, che fa discutere. La comunità non monogama ha dei buoni presupposti per diventare forte. Per ora siamo ancora troppo poch* per alzare la voce, ma tra qualche anno, chissà se l’idea che possano esistere tante sfumature d’amore potrà diffondersi sempre più.